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Ma Newsroom non vi ha insegnato niente?

Nella serie tv “The Newsroom” si fa della ricerca delle fonti di una notizia da pubblicare una specie di religione, quasi una mania ossessiva: una notizia non si pubblica se non ci sono almeno due fonti sicure, altrimenti niente; anche se fosse già nelle breaking news di tutti i network concorrenti. La producer Mackenzie McHale su questo è irremovibile.The-Newsroom-Emily-Mortimer

E’ chiaro che questi ferrei principi si applicano (o dovrebbero applicarsi) a organi informativi “professionali”, non a blog, web-zine, testate di propaganda politica o ideologica e tutto ciò che infesta internet e gli smartphone con la pretesa di informarci (Twitter, Facebook eccetera).
Tralasciando per un momento il fatto che anche per le prime il problema della affidabilità delle fonti sembra essere un fastidio del tutto trascurabile, Il fatto che siano proprio le seconde, quelle irregolari le fonti da cui ciascuno di noi riceve le notizie, rende la questione piuttosto delicata. Internet, nella sua globalità, è una unica enorme Fonte di Informazione (LA fonte di informazione per moltissimi), la cui “redazione” è composta da entità che non devono mettere le loro coscienze di fronte ad alcuna deontologia professionale, avendo come fine quello di diffondere, diciamo così, idee, non notizie, pre-giudizi, fango, imbrogli. Il modo con il quale le non-notizie, o bufale, costruite in modo più o meno consapevole, si diffondono è abbastanza chiaro ed è stato sufficientemente studiato. La gente non cerca altro che essere rafforzata nei suoi convincimenti e dà credito a qualsiasi cosa, proveniente da qualsiasi fonte, vada in questa direzione. La “bufala” non viene mai messa a confronto, non se ne cercano conferme. Se la bufala incontra il nostro pregiudizio viene automaticamente accettata come autentica.

Le bufale possono essere innocue (le scie chimiche, la presenza degli Ufo, l’uomo sulla luna eccetera, l’ultima è quella del cosiddetto blue-Monday, che l’autorevole Corriere.it tratta con la giovialità di una cosa possibile , mentre ad esempio Wired, citando il Guardian, liquida come una totale idiozia); qualche volta assumono una valenza cultural-politica, come nel caso dei fatti di Parigi.

Un certo tipo di contro-informazione militante comincia da subito a mettere in discussione la versione ufficiale. A chi la vogliono dare a bere? E’ chiaro che è tutta opera dei servizi segreti francesi in accordo con il Mossad.
Una delle “prove” della “messa in scena” che cominciano a circolare sulla rete subito dopo l’attentato a Charlie Hébdo, è che uno dei video girati sul luogo della strage, forse il più emblematico, quello della uccisione del poliziotto per strada, sia stato girato dal vicedirettore di una televisione pubblica Israeliana, Amichai Stein, il quale, “guarda caso” si trovava sul posto.

Facendo un po’ di ricerche in Internet sembrerebbe che ad attribuire a Stein la paternità del video, così come di molte altre immagini di quel drammatico 7 gennaio, non sia stato però una piccola cellula di controinformazione militante, ma il network RT (Russia Today), un Broadcast News che in pochi anni (è nato nel 2005 in Russia e dal governo russo riceve finanziamenti), ha raggiunto una copertura planetaria (con sedi a Washington e Londra): “Amchai Stein, the deputy editor of Israeli IBA Channel 1, has been posting photos from the scene of the shooting.”

Il fatto è che appena cominciano a girare su Twitter le prime immagini della strage, Stein comincia a “ritwittarle” sul suo profilo, o a ripubblicarle citandone la fonte. Non sempre, però. Probabilmente per la concitazione qualche immagine potrebbe sembrare essere stata scattata e postata da lui stesso.

Per la verità per verificare se l’autore delle foto fosse davvero lui sarebbe bastato forse leggere il tweet immediatamente precedente al primo dedicato ai fatti di Parigi (le foto dell’eccezionale nevicata in Israele, che al contrario di quelle di Parigi sono proprio sue). O più semplicemente leggere che il video incriminato viene presentato come ripreso da un “testimone” (“filmed by a witness”). Eppure.Screenshot 2015-01-12 09.40.50

Queste banali verifiche il redattore non le ha fatte (o le ha fatte e se n’è infischiato), e ha ritenuto che a scattare le fotografie e a riprendere le scene filmate sia stato proprio lui, Amchai Stein (scritto così, Amchai, mentre Stein si chiama Amichai, con una i in più: tutte le successive riprese della notizia replicheranno l’errore, il che fa ritenere, come ho detto prima, che sia stato proprio RT il network “untore”).

nealQuesta trascuratezza il giovane Neal Sampat, l’omologo dell’anonimo redattore di RT (nella finzione è lui a curare la pubblicazione su blog e Twitter), non l’avrebbe mai avuta.

In Italia a diffondere la notizia sono stati siti ultraconservatori (Su la testa, disinformazione.it – un nome un programma – Voxpopuli, o devoti fra gli altri alla nobile figura di Francisco Franco, EffediEffe) o di sedicente contrinformazione: Aurora, Bollettino d’informazione internazionalista, talvolta citandosi reciprocamente: il complottismo unisce gli opposti estremismi.

Sulla stampa “tradizionale” la presenza di Stein è stata per fortuna serenamente ignorata. Ad eccezione de La Stampa che ha riportato le paranoiche supposizioni dei cospirazionisti usando un tono tutto sommato benevolente.

In questo caso la bufala era talmente macroscopica da non avere avuto seguito se non in quella stretta cerchia di complottardi.

In altri, la volgarità delle insinuazioni totalmente prive di qualsiasi fondamento (come il tweet di Gasparri sulle ragazze rapite in Siria) smascherano oltre ogni ragionevole dubbio la sporcizia morale di chi le diffonde.

will-mcavoyIn moltissimi altri casi però la mancanza di verifica restituisce un’informazione difettosa, monca, fasulla, tarocca, volutamente insinuante, ammiccante, spacciata spesso per vera, o quantomeno verosimile. E’ il giornalismo che se ne infischia di onestà e completezza dell’informazione, puntando tutto sul possibile, auspicato clic del lettore. Un giornalismo che della missione di “civilization” promossa da Will McAvoy e dai redattori di The Newsroom non sa proprio che farci.

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  1. 22 gennaio 2015 alle 15:42

    E sono sempre più le testate non tradizionali, come Vice, Wired, il Post, Internazionale, a preoccuparsi di controllare le proprie fonti, mentre chi dovrebbe essere un veterano dell’informazione diventa sempre più trascurato.

  2. 22 gennaio 2015 alle 17:05

    D’accordissimo. Il Post è quanto di più vicino alla sensibilità di The Newsroom, secondo me.

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