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Johnny Parma

Siamo fermi davanti all’ingresso della People’s Republic of Brooklyn, un piccolo ristorante al 247 di Smith Street, Brooklyn, che leggiamo il menu. Un po’ incerti. Dalla porta esce un uomo sull’uno e novanta, nero. “Come in”, ci fa, con un gesto imperativo incarnato da una manona flaccida. Noi, intimiditi, entriamo.

Ci accoglie una simpaticissima ragazza, nera. Al bancone si sono altri 3 avventori, neri.

Che sarà mai. Siamo gli unici bianchi. Non passeremo certo i guai per questo motivo.

La cameriera è premurosa, gentile, sorridente e aggraziata. Forse non all’altezza di quella del Downtown Atlantic della sera prima, su Atlantic Ave. Che mentre aspettava che le dicessi cosa avevamo scelto, appoggiava indiscreta e solare una mano sulla mia spalla (un fare cameratesco delizioso ed estremamente redditizio).

Non mi dilungo sull’ottima cena. Nel frattempo al bancone (non ai tavolini, debolmente illuminati da una tiepida luce di candela rinnovata dalla cameriera durante il corso della cena) si erano alternati avventori, anche bianchi, che lanciavano occhiate interessate alla partita di foot-ball (c’è una partita di foot-ball quasi ogni giorno negli States e i pub hanno sempre almeno un paio di televisori appesi che ne mostrano le immagini).

Verso la fine della cena il proprietario si avvicina, e sfoderando un imprevedibile sorriso infantile ci chiede da dove proveniamo. Dall’Italia! Si illumina. “Ho studiato a Parma, come avvocato”. Non sapeva una sola parola di italiano e mi domando come abbia potuto sostenere anche solo un esonero, a Parma, ma non sto lì a sottilizzare.

Dice di chiamarsi “Giovanni”. E’ in vena di consigli. Ci suggerisce dove andare a mangiare a Manhattan (da Pastis, sulla 9th Ave. ) cosa andar a vedere (Brooklyn Museum e soprattutto la Grand Central Station – ci eravamo appena stati, ma ci ha intimato caldamente di tornare, sembrava davvero un dovere imprescindibile) e dove andare a fare shopping (Canal Street e a SoHo). Ho ancora il fogliettino qui con me, il retro di una ricevuta fiscale.

Pare un po’ suonato, ma è amabile e generoso.

All’uscita ci chiede dove abitiamo. Praticamente è una traversa lì dietro, a due passi, ma non la conosce. Si informa, ci dà l’indicazione.

Secondo me e mia moglie ci sta dicendo di andare nella direzione opposta a quella giusta. Lo ringraziamo con calore e cordiali strette di mano ma, fatti pochi metri nella direzione che ci ha indicato lui, giriamo alla prima traversa (Douglass Street) per tornare sui nostri passi, senza farci vedere da Johnny (che per noi tre è già diventato Johnny Parma) , che ci rimarrebbe troppo male.

Ma al secondo isolato ci viene un sospetto. Avesse avuto ragione lui? Non riconosciamo minimamente le strade, è chiaro che di lì non ci siamo mai passati.

Allora torniamo indietro, tenendoci alla larga da Smith Street, se no sai che figura. Oltretutto Johnny Parma si prenderebbe troppo a cuore la nostra vicenda, e, generoso com’è, se ci vedesse persi nelle silenziose sebbene per nulla pericolose strade notturne di Brooklyn, ci caricherebbe in macchina e staremmo lì a girovagare fino all’alba in cerca di questa dannata Wyckoff street, che non si riesce a trovare.

Per evitare questa prospettiva, cerchiamo finché è possibile di evitare di passare davanti al suo locale. Ma quando capiamo di esserci irrimediabilmente persi cediamo.

Torniamo sui nostri passi. Abbiamo solo l’accortezza di passare sull’altro marciapiede e di tenere la testa bassa.

Niente da fare. Johnny Parma è lì, fuori della porta. Con il suo vestito chiaro e la cravatta sgargiante.

Ci guarda. Noi facciamo finta di niente. Tiriamo dritti. Ci avrà visti?

Wyckoff street era proprio lì dietro. Aveva ragione lui. Cinque isolati, proprio come aveva detto.

Non abbiamo seguito nessuno dei consigli di Johnny Parma. Ma ho ancora il suo biglietto fra le pagine della guida di New York, e porto con me il ricordo del suo sorriso.

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