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Facile, difficile, semplice, complesso. Facciamo ordine

Ho visto questo quadro a Londra nello scorso weekend in una mostra sulla pittura americana post-crisi del ’29 alla Royal Academy: American Gothic, di Grant Wood (1930). Mi ha fatto venire in mente una polemica sulle forme della letteratura italiana contemporanea.
Questo quadro è di facile lettura? E’ difficile? E’ complesso? E’ complicato?

Utilizzare le dicotomie facile/difficile, semplice/complesso potrebbe anche non essere banale, o sbagliato. Direi imprudente. Perché innanzi tutto bisognerebbe spiegare cos’è semplice e cosa non lo è. Il che non è semplice per niente. E poiché penso che sia molto, molto difficile spiegarlo, di fatto utilizzarle è banale e sbagliato (se ne parlava già nel 2005, ne ho trovato tracce sul mio blog). A meno che…

Ne ha parlato per prima Gilda Policastro. In realtà nel suo articolo c’erano due spunti interessanti. L’altro riguardava il ruolo della critica, o meglio della “critica” (fra virgolette), o ancora meglio: dell’assenza della critica letteraria e di ciò che l’ha rimpiazzata e delle sue finalità. Questo secondo spunto è stato stranamente trascurato nel dibattito che ne è seguito. Forse prendeva di petto in modo troppo personale gli addetti ai lavori, al punto che chi poteva, ha preferito non esprimersi (per evitare frizioni, fratture, tradimenti, divorzi?). Il tutto prendendo lo spunto dalle lodi generalizzate di cui alcuni addetti ai lavori (non critici, i quali, appunto, non si sono espressi, forse perché nel frattempo si sono estinti e nessuno se ne è accorto) hanno ricoperto il libro della scrittrice Teresa Ciabatti, La più amata. Curiosamente in molte delle repliche, puntualmente pubblicate sul sito di Giulio Mozzi, Vibrisse, sono state precedute da un caveat rassicurante: “non era il libro di Ciabatti l’oggetto delle strali di Policastro… per carità, io poi non l’ho neppure letto… era solo uno spunto per parlare di un fenomeno più generale…” (la stroncatura del libro della Ciabatti occupa il 35% del testo, e certo, il suo libro è preso come esempio, ma è solo un esempio? La Ciabatti è molto conosciuta, è molto apprezzata e non ho motivo di credere che non ne abbia pieno merito, è schiva sì, ma dovrà vincere lo Strega, quindi, per carità, perché pre-occuparsi del libro della Ciabatti? Occupiamoci invece della dicotomia facile/difficile).

Il succo del discorso era (ripreso peraltro da un libro di Gabriele Frasca di dodici anni fa, La lettera che muore): perché non si ritiene il lettore di romanzi in grado di confrontarsi e capire le strutture complesse che si ritengono essere perfettamente comprensibili dallo spettatore medio del cinema e delle serie tv?

In realtà le dicotomie “facile/difficile” e “semplice/complesso” sono vuote di senso.

Dovremmo usare, piuttosto, se proprio si deve, “facile/semplice” e “complesso/complicato”. Sono stati fatti degli esempi. Inception, come trama complicata (ma non complessa); le strutture molto elaborate delle serie tv o dei videogiochi. Ma anche qui: si tratta di note connotative, non qualificanti. Inception è complicato, ma non complesso come Mulholland drive di David Lynch. E con ciò? Inception ha un fascino suo proprio che deriva dalla trama complicata che avvolge lo spettatore in un gioco di rimandi e di sospensione dell’intelligenza (nel senso di ‘atto di capire’) decisamente accattivante. Il film di Lynch è certamente complesso, perché non solo gioca su piani spazio-temporali volutamente confusi e confondenti, ma non si appoggia su una struttura narrativa familiare in cui l’azione conduce in ogni modo lo spettatore per mano, dotandolo di strumenti interpretativi noti, di un apparato testuale familiare. Implica un coinvolgimento intellettivo, se non intellettuale certamente più impegnativo.

E tuttavia, ripeto, la dicotomia non ci dice nulla sulla qualità dei due film, che possono essere apprezzati da pubblici differenti, per ragioni differenti. Perché sono buoni film entrambi.

Tornando alla letteratura, il libro della Ciabatti (da quel che se ne capisce leggendo l’articolo di Gilda Policastro) sembrerebbe potersi annoverare nella grande schiera di libri “facili” che vengono proposti al lettore italiano, il quale evidentemente non viene ritenuto degno non solo di poter approcciare libri complessi, ma neppure complicati. Non Don DeLillo, ma neppure Franzen e neppure Nolan. Per l’industria culturale il lettore italiano di libri italiani (perché poi i libri complessi, quei pochi che vengono ancora pubblicati, li legge, no?) è un troglodita che non può fare lo sforzo di leggere una frase di tre righe, o di apprezzare una metafora, o un ragionamento.

Perché queste dicotomie non servono a niente? Perché sostenere che facile non coincide con semplice e che complesso non coincide con complicato, e che il molto semplice può risultare difficile mentre il complicato alla fine è facilissimo, è banale (eppure bisognerà pur dirlo, ed infatti è stato detto).

Archiviamo quindi le dicotomie, perché non ci portano da nessuna parte.
Quello che mi è parso interessante nell’articolo della Policastro, è stata la lamentata autoesclusione della critica dal campo della mediazione culturale, sul quale sono rimasti a giocare una poverissima partita, da una parte gli editor, coloro che selezionano, orientano il gusto e quindi il mercato; dall’altra (per modo di dire perché in realtà indossano la stessa casacca) un corteo di a-critici (addetti ai lavori, colleghi per lo più amici) che per varie ragioni avallano il trend. A  farne le spese è certamente la biodiversità culturale, principio fondante e irrinunciabile affinché l’ecosistema di un’espressione artistica (la letteratura o il cinema) possa dichiararsi vivo.

Frasi brevi, soggetto verbo e complemento. Capitoli corti, personaggi ben delineati, lessico comprensibile a chiunque. Questi sono i suggerimenti di un noto editor/scrittore allo scrittor giovane che si apprestava a pubblicare con la prestigiosa medio-piccola casa editrice romana. Va benissimo. E poi? Di cosa si parla quando si parla di letteratura? Qualcuno ne parla? A qualcuno interessa?

(e American Gothic? com’è? Che vi devo dire? ognuno la pensi come vuole. A me pare molto bello)

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