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Il visconte dimezzato, di I.Calvino

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1951
[Le letture del martedì. Di RdB]

Diciamolo subito: uno legge “Il visconte” e dice: ma perché Calvino ha cambiato registro? Non poteva continuare a scrivere storie neo-realiste, mischiate a favole, come nei suoi esordi? Che rapporto c’è tra questo romanzo e i precedenti “Il sentiero dei nidi di ragno” e “Ultimo venne il corvo”?. Che c’entra questa storia medievale, piena di allusioni al presente? Che c’entra ispirarsi al Dott. Jeckill e Mr Hyde di Stevenson per sviluppare l’idea del visconte spaccato a metà da una cannonata, come se si fosse nelle avventure del Barone di Munchausen?

Calvino ha disseminato il suo lavoro di scrittore di tante auto-recensioni, riletture dei suoi libri, interviste, saggi critici. Questi testi sono sempre interessanti – anche quelli sul Visconte dimezzato – ma non bisogna rileggerli troppo spesso, se non si vuole essere influenzati dalla mostruosa capacità di Calvino di reinterpretare i suoi testi e quelli degli altri (secondo me Calvino è stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento). Dunque, stiamo al testo.
Un racconto scritto bene (ma c’è qualcosa che Calvino abbia mai scritto male?), prima pieno di dolore, poi di ironia, per le sorti del visconte dimezzato: un classico della nostra letteratura (solo per l’infanzia? Suvvia, non scherziamo!). Alla fine sembra un divertimento, dove Calvino ha mischiato non solo Stevenson e Munchausen, ma anche Ariosto, Torquato Tasso, gli storici delle crociate, lo scientismo inglese, gli eretici (di Cantimori?) e tutto quello che potete immaginarvi sul Medioevo.
Alla fine, forse, la spiegazione di questo romanzo è in una fuga dalla realtà che la voce narrante – il nipote del visconte Medardo di Terralba – non riesce a raggiungere. Nell’ultima pagina il medico inglese Trelawney viene raccolto da una nave dei suoi connazionali, destinata a girare per il mondo. Il nipote, urla al medico di portarlo con lui, ma la nave è già lontana all’orizzonte. A chi è rimasto in terra non resta che chiudere annotando … “e io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.
In fondo i cattivi siamo noi che, rileggendo Il visconte, non siamo convinti del diritto a fuggire dal mondo della responsabilità (forse perché vorremmo tanto farlo noi?).

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