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Sunset park, di Paul Auster

Paul Auster, Sunset Park, 2010

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

L’avevo già ammesso: a me Paul Auster piace, trovo che alcuni suoi libri siano davvero molto belli, che abbia una brillante immaginazione, una scioltezza linguistica non comune e una capacità di combinare livelli narrativi diversi in una medesima trama. Doti importanti anche se non sufficienti per fare un grande scrittore, si dirà, e concordo. “Ebbene com’è questo Sunset Park?”, mi chiede allora Lina. Senza dubbio le doti appena citate vi si ritrovano tutte. È un libro che si lascia leggere con scorrevolezza e attenzione, coinvolgendo pagina dopo pagina nelle vicende dei personaggi e sollecitando sapientemente la curiosità del lettore. In più, l’idea alla base del plot regge: affrontare la crisi che a partire dal 2008 ha devastato ampie fette della società statunitense per irradiarsi poi su scala mondiale all’interno dei paesi industrializzati.

Troviamo infatti il giovane protagonista Miles Heller che – abbandonate famiglia, università e città – si guadagna da vivere svuotando gli appartamenti sequestrati a quanti non sono più in grado di onorarne il mutuo, ottenuto a condizioni assai agevolate senza che le banche badassero troppo alla loro capacità solvente, come le cronache dell’epoca ci hanno puntualmente resocontato. Svuota gli appartamenti, ma prima fotografa gli oggetti abbandonati, collezionando scatto dopo scatto pezzi per una galleria della disperazione contemporanea. La crisi generale riflette la crisi personale di Miles, allontanatosi dalla famiglia paterna senza lasciare tracce, sopraffatto dal senso di colpa per la morte del fratellastro – figlio della seconda moglie del padre. Sette anni di lontananza senza mai dare un cenno di esistenza in vita, sette anni di crescita e maturazione della consapevolezza di sé. Le vicende del romanzo – che qui ovviamente non narriamo – lo portano a condividere con un ragazzo e due ragazze l’occupazione di una decrepita villa abbandonata da decenni nel cuore di Sunset Park, quartiere del distretto di Brooklyn, New York. L’occupazione abusiva durerà per parecchi mesi, fino al prevedibile epilogo finale.

Nel romanzo c’è però molto più di questo. Alla storia di Miles – che ricorda Holden Caulfield dell’ineguagliabile J. D. Salinger – Auster intreccia come forse solo lui sa fare altre storie e altre situazioni: quella del padre di Miles, fondatore di una piccola ma assai nota casa editrice che ha al suo attivo la pubblicazione di importanti scrittori statunitensi, e che deve fare ora i conti con le conseguenze della crisi sulle imprese commerciali, lacerato dalla prospettiva di disfarsi di buona parte del personale che in decenni ha contribuito a far diventare la casa editrice un patrimonio nel panorama nazionale; un padre che, oltre che a salvare la sua azienda, si trova a dover salvare anche il suo secondo matrimonio. Finirà per diventare il protagonista del romanzo: su di lui Auster sceglie infatti di concentrare la parte finale. E poi c’è la madre di Miles, una nota attrice del passato, lontana dalle scene da decenni, che prova a ritornare in auge accettando il ruolo di protagonista principale in una pièce teatrale. Riuscirà a risolvere la sua crisi, come ci riusciranno tutti i personaggi di questo romanzo fondamentalmente ottimista: i giovani occupanti la casa di Sunset Park e gli adulti impegnati a far fronte alle loro piccole grandi difficoltà esistenziali.

Ruolo fondamentale nell’impianto ottimistico del romanzo è svolto dall’ampia descrizione, più volte ripresa nel corso della narrazione, di un film del 1946, I migliori anni della nostra vita di William Wyler, film centrato su un’altra grande crisi attraversata dall’umanità: la Seconda guerra mondiale, crisi – di nuovo – sociale e individuale. Chiaro il parallelo tra i reduci del grande cataclisma, così duramente provati nel fisico e nel morale, e i personaggi del romanzo. E chiaro il messaggio che Auster ci vuole consegnare: tutto si risistema, a patto di lavorarci, tutto si supera, a patto di non perdere fiducia nell’avvenire – esattamente come ci dice il premio Oscar Wyler.

È un bel romanzo? Tolte le qualità narrative sopra riconosciute a Auster – che senz’altro rendono il libro un’ottima lettura –, difficile sopprimere l’impressione che si tratti di una costruzione letteraria con molta tecnica e poca capacità di aprire squarci negli aspetti più riposti della realtà umana, quegli aspetti che rivelano qualcosa di come siamo fatti noi indipendentemente dalle contingenze di un certo contesto storico e che fanno di uno scrittore un artista. Difficile sopprimere l’impressione che ormai Auster scriva solo per vendere. Difficile sopprimere l’impressione che la buona letteratura sia altrove.

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Categorie:letture, MaxUtri Tag:
  1. Silux
    18 febbraio 2015 alle 11:17

    MaxUtri, sono d’accordo con te, quasi su tutto. Einaudi ha pubblicato recentemente uno scambio epistolare tra Auster e Coetzee (il titolo è “Qui e ora”) che ti consiglio. È un confronto dal quale Auster viene fuori per quello che realmente è, e che conferma il giudizio che esprimi nell’ultimo capoverso.

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