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Lontano un miglio. Pannella e “noi”

Per coerenza non mi sono unito al cordoglio per la morte di Marco Pannella.

pannellaAnni settanta. Al Liceo classico Tacito la maggior parte degli studenti era, o si diceva, “di sinistra”. Estrema, meno estrema: democrazia proletaria, Lotta Continua, FGCI. C’erano anche parecchi studenti di destra (molti meno, ma c’erano, erano coesi e duri, specie fino al ’77 – poi, come tutto il resto, si sono ammosciati); c’erano i cattolici (capitanati dall’attuale senatore dem Giorgio Tonini). E c’era un radicale. Un unico ragazzo radicale. Non ricordo neppure come si chiamasse. Era preso in giro da tutti, ma alla fine era tollerato solo in ragione del suo essere, appunto, uno. Il motivo per il quale veniva deriso era chiaro: in quanto radicale non mostrava alcun interesse per la lotta di classe, per le battaglie operaie, per i palestinesi e gli oppressi in genere, che ovviamente erano tutti in cima ai nostri pensieri. All’epoca era già “di destra” essere della FGCI (era “di destra” Berlinguer…: almeno a dirlo erano quelli che oggi si ritengono custodi della sua memoria politica), figuriamoci essere radicale. I radicali erano borghesi neppure tanto illuminati; vestivano bene, parlavano bene, ma al dunque non erano interessati alla rivoluzione, flirtavano con Craxi, avevano obiettivi e fissazioni che non ci riguardavano. Sì, il divorzio, l’aborto… ma quelle erano state battaglie “anche nostre” (ed è vero). I radicali noi non li sopportavamo perché ci sarebbe piaciuto che fossero di sinistra, ma non lo erano. Per niente.

Pannella in quegli anni lamentava di non avere spazio in televisione, la RAI era la summa della lottizzazione partitocratica, ma in effetti in televisione ci stava sempre. Mi pareva un gran furbo, intelligente, affabulante. Personalmente potevo passare intere mezz’ore a sentirlo parlare a TeleRoma 56, dove conduceva maratone di giorni, nelle quali era capace di parlare ininterrottamente per 48 ore, senza perdersi un congiuntivo e chiudendo con precisione impressionante le mille parentetiche con cui condiva i suoi elaboratissimi e appassionati discorsi. Apparentemente dialogava (rispondendo alle telefonate dei militanti), in realtà il suo era un monologo infinito. Era circondato da persone che allora mi parevano ancora più borghesi di lui. Diciamocelo: chi sopportava all’epoca Massimo Teodori? Giovanni Negri? Gianfranco Spadaccia! Feroci anticomunisti liberali… Non parliamo del giovane Francesco Rutelli. Erano boriosi, pieni di sé. Ragazzini snob che avevano abbracciato una battaglia di retroguardia sulle Regole, su Princìpi che che se anche fossero stati applicati non avrebbero modificato il Corso della Storia, destinata alla Giusta Rivoluzione delle Masse popolari.

(fra parentesi: non contribuì a modificare la mia opinione su Pannella un aneddoto su un fatto poco – o per nulla – conosciuto che lo ha riguardato di cui sono venuto a conoscenza molti anni dopo: una divertente battaglia per la salvaguardia di un rudere di sua proprietà (detto la “fetta di cocomero”) che deturpava, abbandonato a se stesso, il lungomare di Giulianova. Ci vollero decine di anni per convincerlo ad abbatterlo, per via di un profondo, accecante astio che nutriva nei confronti della peraltro eccellente amministrazione comunista della cittadina abruzzese. Chiusa la parentesi).

Non penso si possa riguarda a quel lontano passato se non con dosi da cavallo di amara ironia; d’altra parte non mi sento di abiurarlo. Le cose allora erano complicate. La nostra era ingenuità, miopia, ma era anche passione vera. La grande battaglia ideale fra rivoluzionari e riformisti non può essere giudicata oggi alla luce dei risultati. Non funzionano così le cose. Noi eravamo rivoluzionari perché pensavamo che sebbene non ci fosse nessuna speranza di farla sul serio la rivoluzione, il solo fatto di cullarci in questa illusione ci faceva delle persone migliori. Orientava le nostre scelte, i nostri sogni dalla parte giusta. Ci aveva permesso di leggere, studiare, impegnarci. Eravamo un filino ideologici, ma esserlo era di per sé un valore fondante. Oggi sappiamo quanto è stato dannoso, ma allora no. E se fossimo stati lungimiranti non sarebbe lo stesso servito a niente. Non stava a noi, non era in capo alle scelte di liceali, di ragazzi viziati, ingenui, facilmente influenzabili decidere il futuro del nostro paese. Noi eravamo la risacca di un oceano che ci generava.

I radicali, ma questo noi allora non lo capivamo, erano altro. Con le loro battaglie si smarcavano dalla morsa diabolica in cui l’Italia si trovava da dopo la guerra: comunisti, democristiani, post-fascisti. Erano laici in un paese di chiese. Erano liberali in un paese che i liberali non sapeva neppure cosa fossero, ostaggio com’erano di una parodia incarnata da democristiani travestiti come un certo Malagodi (un nome che non dice più nulla a nessuno oggi). I radicali non sapevano parlare al paese, perché parlavano un’altra lingua. E noi, allora, non sbagliavamo a lasciarli parlare al vento, a farsi imbavagliare, digiunare, perché alla fine non avevano nessun sogno da proporci.

Per questo mi sembra che abbia proprio ragione Emma Bonino: ipocrisia lontano un miglio. Poteva pure stare simpatico. Non si può non riconoscergli il valore delle battaglie civili, ma farlo diventare “uno di noi”, questo no.

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Categorie:discorsi, italia, Politica
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