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Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
[le letture di Riccardo DB]

Come tutte le opere importanti, ci sono molte visuali con le quali guardare al primo libro di Calvino.
Il sentiero dei nidi di ragno è lo storia picaresca di Pin, un ragazzo che frequenta un sottobosco di balordi, che incontra nel bar del paese, e con una sorella puttana. Sfruttando la distrazione di un cliente della sorella, Pin ruba la pistola a un soldato tedesco, per dimostrare a tutti che è grande. Finisce in carcere. Dopo un’evasione rocambolesca, piccolo pezzo cinematografico, Pin si unisce a un gruppo di partigiani, che più sbandati e disordinati non si può pensare.

Un romanzo che a oltre sessanta anni dall’apparizione rimane fresco come se fosse stato scritto ieri. C’è di tutto, perché Calvino inizia già a rubare dai libri delle letterature di tutto il mondo. Pin è il ragazzo che fa lo sbruffone con tutti, sveltissimo di lingua, intento a dimostrare di essere già un uomo. Pin è il ragazzo che, come nell’inizio di “Uomini e no” di Vittorini, è mosso solo dal furore, tanto che gli passa anche per la testa di unirsi a una banda di fascisti, se questo servisse a entrare in possesso di un pistola.

Il sentiero dei nidi di ragno è soprattutto la storia della Resistenza: il romanzo è dedicato “A Kim, e a tutti gli altri” e Kim è stato identificato in un famoso comandante partigiano. Con tutte le pagine che sono state scritte sul tema, è incredibile come già nel 1947 Calvino avesse detto tutto. Cosa fu la resistenza? La voglia di fare qualcosa di giusto, di migliorare il mondo, in modo confuso e anti-eroico. Qual è la differenza tra i partigiani e la brigata nera? È la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra, da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro … tutto servirà se non a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, …. Più chiaro e giusto di 10.000 pagine di Pansa.

Nel “Sentiero” Calvino tiene a bada la grande letteratura nella quale si era già immerso e esalta la sua esperienza giovanile: la montagna piemontese, i bivacchi, le fughe, le sparatorie, le ritirate, le esecuzioni, i carrugi liguri. Anche l’idea dei ragni che fanno il nido è meravigliosa. Calvino tocca probabilmente, nel suo esordio, il vertice dei suoi risultati. Ne era consapevole, se è vero che un giorno scrisse che aveva sbagliato a non scrivere di più di quei mesi passati sulle montagne.

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