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Il cavaliere inesistente, di Italo Calvino

Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959

[le letture del martedì di RdB]

calvinoMondadori ha appena pubblicato “Ottimista in America” (qui un articolo di Mario Barenghi, docente di letteratura italiana contemporanea a Milano-Bicocca), una serie di appunti che Italo Calvino raccolse in un viaggio negli Stati Uniti nel 1959-1960. Calvino passò sei mesi a New York con una borsa di studio, scappando negli Usa dopo aver finito di scrivere “Il Cavaliere inesistente”.

Dei tre romanzi della trilogia fantastica “Il cavaliere inesistente” è sempre quello che ci è piaciuto di meno.  Forse la vena creativa di Calvino, pur straordinaria, cominciò in questa storia a perdere qualche colpo. “Il visconte dimezzato” (1951) è la lotta di Mr. Hyde e Mr. Jackill. “Il barone rampante” (1957) parte dalla rivolta giovanile e inventa una vita dove la terra è dominata dall’alto, la creazione migliore della trilogia. Ne “Il cavaliere inesistente” la costruzione del testo e il giustapporsi a incastro dei personaggi appaiono talvolta fini a se stessi, solo determinati dalla combinazione logica tra le varie scene e i vari protagonisti.

Lo riconobbe lo stesso autore in una lucidissima postfazione del 1960 ai tre romanzi (i lettori del blog sanno della nostra stima sconfinata verso il Calvino critico letterario). Calvino dice di aver introdotto prima Agilulfo, il cavaliere inesistente. Agilulfo non esiste dentro la pesante armatura e si sforza di essere un razionalizzatore del disordine del mondo (e, poverino, è poco sopportato dal mondo, che lo giudica un grande rompiscatole). Poi Calvino scrive di essere stato costretto a introdurre Gurdulù, l’estremo opposto di Agilulfo, dato che segue, copia, imita qualsiasi essere umano con il quale venga a contatto. Ecco spiegato l’incastro tra Agilulfo e Gurdulù.

Va ammesso che l’inizio del romanzo, con il vecchio e stanco imperatore Carlo Magno che passa in rassegna il proprio esercito, è magistrale. E divertente è la presa in giro della ritualità delle battaglie medievali tra cristiani e saraceni, dove, insomma, non se le davano veramente fino in fondo. Poi entra in scena il giovane Rambaldo e quindi la bellissima Bradamante – un’altra versione della fascinosa Viola del “Barone rampante” – che invece insegue Agilulfo. Calvino introduce l’artificio di far raccontare la storia a Suor Teodora, religiosa dell’ordine di San Colombano.  E poi arriva Torrismondo e la ricerca dei natali, e l’altro gioco di prestigio di far entrare nel racconto i Cavalieri del Santo Graal: non ci può essere invenzione più letteraria di questa. Ancora tanto divertimento, con lo scrittore che fa dire a Suor Teodora che può far tutto, prendere un foglio e decidere di far andare i suoi eroi, che scendono dal Nord Europa, da una parte o dall’altra del Sud d’Europa e del mondo. Fino alla sorpresa finale, dove si scopre chi è Bradamante e chi è Suor Teodora.

Aveva capito tutto Franco Fortini (cfr. Domenico Scarpa sul Sole24Ore del 9 novembre). Calvino gli scrisse una lettera durante il soggiorno americano, alla vigilia del Natale 1959, e ricevette la seguente risposta: “Quando torni a mentirci? Ti abbraccia il tuo Franco Fortini”.

Tutti i contributi di RdB su Italo Calvino

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  1. 26 dicembre 2014 alle 08:07

    Dire, di un cavaliere del quale solo la “scatola” esiste, che è un “gran rompiscatole” – mi pare notevole. 🙂

  2. RDB
    1 maggio 2015 alle 17:39

    Grazie per il commento, che ho letto in ritardo (a dicembre ero all’estero). Hai ragione. Il povero Agilulfo non esiste ma, al tempo stesso, nessuno lo sopporta. 🙂

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