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Il barone rampante, di Italo Calvino

Italo Calvino, Il barone rampante, 1957

[le letture del martedì di RdB]

calvino2Anche se l’ambientazione è favolistica, e insieme da romanzo storico, in un Settecento pieno di aristocratici, borghesi, liberali, rivoluzionari, conservatori, preti – soprattutto temuti gesuiti – filosofi francesi, pirati turchi, massoni, giacobini, il personaggio del barone Cosimo Piovasco di Rondò, che decide a 12 anni di salire sugli alberi e di passarvi tutta la vita, ricorda all’inizio il Pin del Sentiero dei nidi di ragno.

Tutto parte da una rivolta, da una sfida, questa volta verso i genitori. All’inizio funziona. A Calvino piace la ribellione giovanile, la scelta della solitudine, la tenacia – spinta fino alla testardaggine – nel mantenere le proprie posizioni. E poi c’è la solita, maniacale descrizione della natura. Gli alberi, gli animali, il vento, la pioggia, le foglie, le radici, i frutti, le stagioni dell’agricoltura sono tra le pagine più belle, di un romanzo più fresco e scattante del Visconte dimezzato (uscito sei anni prima). Così come è bellissima la storia d’amore tra Cosimo e Viola, perché Calvino è bravo a parlare dell’uomo, della scoperta della passione, del cuore, dell’uscita dalla solitudine.
Dunque non si capisce proprio perché a un certo punto debba puntare tutto sull’erudizione. Forse la risposta è facile. La padronanza della lingua italiana e la conoscenza delle letterature di tutto il mondo sono state in Calvino così sconfinate da consentirgli di cambiare continuamente registro, stile, ambientazione. Come un giocatore di calcio bravo in tutti ruoli ma che non si capisce mai quale parte del campo prediliga. Insomma, un romanzo godibilissimo, ma un puro e coltissimo divertissement. Cosimo arriva perfino a parlare con Napoleone, in una metafora dell’incontro tra Alessandro Magno e Diogene.
Sul Sole 24 Ore del 26 maggio scorso Umberto Eco ha invece riassunto “Il barone rampante” – che lesse all’età di 25 anni – come la critica definitiva della figura dell’intellettuale organico. Prima di Calvino ci avevamo provato Vittorini con il suo Politecnico – “Gli intellettuali non devono suonare il piffero della rivoluzione” – e Bobbio con il suo “Politica e cultura”, pubblicato nel 1955, e incentrato sull’idea che l’intellettuale deve ricercare la verità, che non corrisponde alla verità ideologica del proprio gruppo. Sia Vittorini sia Bobbio, secondo Eco, fallirono. Fu invece Calvino, con la sua favola, a far trionfare il ritratto dell’intellettuale “capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte, e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli”. Cosimo rappresenterebbe l’intellettuale che vivendo sugli alberi si tiene a distanza dai propri compagni, per poterli criticare (ed Eco ricorda che chi nel 1968 criticò la sua tesi sul ruolo dell’intellettuale oggi milita nel partito di Berlusconi).

Non siamo convinti di questa lettura del grande Umberto, ma ecco trovata una scusa per rileggere la storia di Cosimo Piovasco di Rondò. Noi rimaniamo fermi sul divertissement ma magari qualche lettore del blog non concorderà.

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