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Archive for 3 giugno 2017

I giornalisti, D’Alema e Balzac

“Pubblicista, questo nome in passato attribuito a grande scrittori come […], oggi indica gli scribacchini che fanno politica. Da teorizzatore sublime, da profeta, da pastore delle idee che era un tempo, il Pubblicista è ormai un uomo che si occupa dei fuscelli galleggianti dell’Attualità. Se un brufolo appare sulla superficie del corpo politico, lo fa sanguinare e ne tira fuori un libro che spesso è una mistificazione. Il pubblicismo era un grande specchio concentrico: i pubblicisti di oggi l’hanno fatto a pezzi e ognuno ne ha un pezzo che fa luccicare davanti agli occhi della gente.” (Honoré de Balzac, I giornalisti, 1843)

 

A parlar male dei giornalisti oggi si passa facilmente per grillino o dalemiano. Tant’è. Personalmente trovo che la categoria professional-sociale ancora più insopportabile dei politici, di qualsiasi politico, D’Alema e Di Maio inclusi, sia proprio quella dei Giornalisti Politici Che La Sanno Lunga.
Bazzicano il Transatlantico, bavosi a dispetto della loro eleganza business casual, hanno sempre una vista più acuta degli altri, sanno tutto, non possono dimostrare niente, ma non importa, è così e basta. Sempre Balzac: “Per il giornalista tutto ciò che è probabile è vero“.
Sono virali, non credere a loro significa essere dei beoti creduloni che si accontentano della versione ufficiale. Il loro punto di vista è dogma. E’ sciocco opporvisi: sono i capibanda dell’opinione pubblica dominante. Spesso scrivono su giornali che la stessa identica opinione pubblica dominante reputa carta igienica, anche piuttosto rasposa (e che soprattutto non compra nemmeno sotto tortura, tipo L’Espresso). Ma quando vanno in televisione, magari a Gazebo, diventano opinion leader incontrastati, lungimiranti, simpatici: diamo loro tutto il credito possibile. Sono quelli che nella classificazione balzacchiana sono identificati come “l’Autore con le Certezze”, a sua volta diviso  in tre sottocategorie: il Profeta, l’Incredulo (“il Profeta vede gli angeli, ma l’Incredulo li fa vedere al pubblico”) e il Settario (“è un uomo rimasto molto giovane, egli ha fede ed entusiasmi. Predica sui boulevards, nei ridotti dei teatri” e, aggiungeremmo noi, in televisione). Molte volte il giornalista politico di oggi le incarne tutte e tre.
Prodi cadde per colpa di Bertinotti. A Prodi succedette D’Alema, ergo è opinione largamente diffusa e non contrastabile né emendabile che Prodi fu fatto cadere da D’Alema. Può anche essere, intendiamoci. Provarlo? Ora non esageriamo, è così e basta.

Ma quando D’Alema, sinceramente indignato, (“sinceramente” associato a D’Alema mi rendo conto che è un ossimoro non da poco) dà dello “stupido” a Damilano (poi scusandosene), che con il sorrisetto ineffabile di chi la sa molto lunga, lo attacca su una materia per giunta facile facile come quella, su cui già sa di avere l’appoggio del 98% della popolazione, io sto con D’Alema.
Di fronte alla reazione di D’Alema, la posizione di Damilano mi è improvvisamente sembrata pateticamente kitsch. Banale, ovvia, populista, scontata. Insomma, il contrario di quello che normalmente la realtà è: sfuggente, viscida, letterale, altra, complicata non secondo logiche interpretative corrive, ma perché mette in gioco tutta una serie di elementi sconosciuti, scartati: il giornalista (non solo quello politico, ma soprattutto lui) scarta, elide, scruta cosa? la superficie, trova la soluzione secondo parametri convenzionali funzionanti, schemi consolidati. Cerca il consenso, ma non si mette in gioco, non rischia nulla e ha sempre l’ultima parola. Se smentito replica scrivendo “la smentita non smentisce”, sono muri di gomma sardonici, ir-responsabili (“Colpiamo prima. Spiegheremo poi”, sempre Balzac). Mangiano i piatti succulenti dei loro “nemici” godendo delle portate lussuose come degli scarti, s’intrufolano fra amici e nemici nella stessa tavolata.
Nulla di nuovo, dunque: La stampa “come la donna è ammirevole e sublime quando dice una bugia, non vi molla finché non vi ha obbligato a credere, e dispiega le migliori qualità in questa lotta in cui il pubblico, stupido come un marito, soccombe sempre”.  (Balzac, per finire)
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