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Zero K, di Don DeLillo

delilloDopo Underworld Don DeLillo ha concentrato la sua scrittura in brevi romanzi dalla lingua ricercata, densi fino a essere duri, come sonate da camera scritte nel linguaggio atonale che nulla concede al piacere della lettura, o dell’ascolto: stridenti, grumi di dolore, di inespressività, di aporie esistenziali. Body art, Cosmopolis, L’uomo che cade, Punto Omega. Sembrava che dopo il capolavoro enorme non potesse, o non volesse cimentarsi in un romanzo altrettanto totalizzante. Come se avesse perso la fiducia nella forma-romanzo. I tempi erano cambiati. C’era stato l’11 settembre, sembrava che il piccolo racconto lungo da camera fosse più adatto a porsi come forma per il proprio pessimismo.

Con Zero K DeLillo recupera un modo di raccontare più fluido. Torna a dare ai suoi personaggi un’ampiezza narrativa e alla storia la dimensione estesa di un racconto compiuto: di nuovo un vero romanzo. Un romanzo, comunque, doloroso e cupo.

Raggiunge questo obiettivo scegliendo il punto di vista del più lucido, razionale, scettico (non per questo meno problematico) dei suoi personaggi, Jeffrey Lockhart, figlio di un finanziere miliardario che, per amore della sua compagna ammalata e morente, sceglie di abbandonare tutto e di seguire la donna nel suo destino di morte, accelerando i tempi della propria dipartita. Sia lui che lei in realtà sono cavie di un progetto di rigenerazione attraverso un complesso meccanismo di crioconservazione. Congelati i loro corpi, e probabilmente le loro coscienze, in un futuro chissà quanto lontano, rinasceranno a nuova vita (Zero K  si riferisce infatti allo zero assoluto, espresso in gradi Kelvin).

Il progetto Convergence è situato in un luogo desertico, in un punto sconosciuto del Kazakistan, o pressappoco. Una struttura ipogea avveniristica, che ricorda i film di 007 o le stazioni abbandonate di Lost, attraversata da lunghi corridoi con porte che si aprono su stanze vuote (“devo aver bussato alla porta sbagliata” dice Jeffrey a un certo punto; “sono tutte la porta sbagliata” gli risponde un tale in giacca, cravatta e turbante). Ovunque, enormi schermi da cui vengono trasmesse in continuazione immagini di disordini, guerre, attentati, morti, devastazioni naturali: una CNN muta e infinita che sembra nutrire con lo spettacolo della follia contemporanea la lunga attesa del trapasso. Nella stazione si aggirano figuri inquietanti, membri di una setta folle, ma non pericolosa, che anela alla fine del mondo come la speranza di un Nuovo Inizio.
Jeffrey si trova lì chiamato dal padre, con il quale non è riuscito mai ad avere un rapporto né fecondo né facile: molti anni prima quello aveva infatti improvvisamente abbandonato la famiglia. Il ragazzo era quindi cresciuto con la madre, superando il trauma sviluppando sin da piccolo l’ossessione di dare un senso alla realtà. Da qui l’abitudine di trovare il nome giusto per ogni cosa o persona, e darne la definizione esatta. Ovvio che nel corso degli anni abbia sviluppato nei confronti di suo padre diffidenza per la sua ostentata ricchezza e per le sue scelte professionali o esistenziali.
Ora però, dopo  non averne mai condiviso la vita, si trova a doverne condividere la morte, la lunga morte cui quello va preparandosi con lucida e amara consapevolezza. L’uomo d’acciaio, il costruttore tutto d’un pezzo di imperi economici è oggi un uomo perduto e disperato per l’imminente scomparsa della donna che ama.

Il figlio non perde mai il distacco lucido e scettico verso questo assurdo progetto (la morte assistita, la congelazione); non si lascia tentare neppure per un istante dalle malie dei guru di questa ideologia iper-tecnologica mista ad aspirazioni new age: rimane estraneo, incuriosito al più, dalla rappresentazione della morte differita, di cadaveri-non-cadaveri che religiosamente, deprivati di ogni organo sensibile, aspettano. Cosa?
Jeffrey vive la sua vita separata dal destino dell’ingombrante genitore a cui piacerebbe pianificare il suo futuro; vive a New York (bellissimo il contrasto fra il deserto e la metropoli, chiassosa, piena di relitti umani tanto quanto quel mondo sperduto e quasi surreale), ha una storia con un’insegnante che ha un rapporto difficilissimo con il figlio adottivo, rifiuta le offerte di lavoro sponsorizzate dal padre scegliendo alla fine di lavorare part-time per un piccolo College del Connecticut come “Incaricato dell’ottemperanza e dell’etica“. In lui vive la speranza (sconfitta?) di un ritorno alla ragione, alla semplicità delle cose da dirsi, di viversi quotidianamente, alla scoperta fantastica del mondo visto con gli occhi di un bambino.

Nel romanzo vive fra le righe la follia dell’uomo che gioca con il tempo per rinunciare a se stesso in cerca di un nuovo Io; risuonano le domande fondamentali a cui non si sa più dare risposta; aleggia la paura di perdersi se non si riesce più a nominare il mondo, rimasto senza parole utili a descriverlo (“Mi pare di essere qualcuno”… “Sono una persona che dovrebbe essere me”…) e dunque senza riferimenti che certifichino la sua esistenza, come la donna congelata, il cui flusso di coscienza viene registrato come un segnale debolissimo dallo spazio ma in, fondo, pieno di speranza: “Ma io sono chi ero”… “Così, in continuazione. Occhi chiusi. Corpo di donna in un guscio”.

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