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Per un ritratto dello scrittore da giovane, di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia, Per un ritratto dello scrittore da giovane, 1985

[le letture del martedì di RdB]

Leonardo Sciascia. © Giuseppe Leone

Sciascia ha molto amato Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), lo scrittore e critico letterario che nel 1931 lasciò l’Italia per gli Stati Uniti. ‎Partendo dal ritrovamento di alcune lettere giovanili di Borgese, nel 1985 Sciascia ha pubblicato questo breve racconto.

Scopriamo il genio precoce di Borgese, affermatosi già in giovane età. Sciascia ne ricostruisce la formazione, che avrebbe portato al capolavoro “Rubè”: Stendhal, Tolstoj, Omero, Tasso, Gogol, gli altri grandi russi. Attraverso Borgese, Sciascia si diverte a presentare le sue idiosincrasie nei confronti di D’annunzio e Croce, esaltando i suoi autori preferiti, Leopardi e Brancati. Lo stesso Borgese ebbe forti incomprensioni con Croce, che pure lo aveva lodato all’inizio della sua carriera.

g-_a-_borgeseC’è il rimpianto per una Palermo che non esiste più, quella a cavallo del Novecento. C’è soprattutto una descrizione affettuosa delle famiglie borghesi del tempo, quando i giovani lasciavano le campagne per andare all’università, ospiti dei parenti che vivevano nel capoluogo. Ecco quindi i riti palermitani, in particolare nella cucina: i galletti “abbracciati’, vale a dire cotti alla brace; i carciofi domestici; le uova fritte “ad occhio” o amalgamate col formaggio in frittata o sode; il burro, considerato “di sapore ineffabile e per sopraffini palati”; le cassate; i manderini; i pirittoni, che sono “grandi cedri come se ne vedono nel chiostro di San Giovanni degli Eremiti”; le sfogliate o sfogli, “torte con un impasto di cioccolato e formaggio pecorino fresco“.

Insomma, un piccolissimo affresco della questione che Sciascia nella sua vita ha avuto più a cuore: la Sicilia e il carattere dei siciliani. Nel descrivere Borgese a Berlino, concorda con Brancati che il siciliano “anche nei momenti in cui può esser felice trova motivo di infelicità nella paura che quella felicità debba finire“. È la stessa concezione della cultura greca, dove gli eroi più invincibili sanno che gli dei, invidiosi del successo degli uomini, prima o poi li puniranno.

Sciascia condivideva la visione del mondo di Borgese, profondamente siciliana, come espressa in lettera del 1912: “Sono di quelle esperienze che … c’invecchiano utilmente; … si matura quella concezione serenamente pessimistica della vita, senza la quale non si è che avventurieri”. Sembra già di sentire il Principe Tomasi di Lampedusa, una cinquantina d’anni prima.

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Categorie:letture, riccardo db
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