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Purity, la ricerca della normalità di Jonathan Franzen (ma ne parlo pochissimo)

 

Jonathan Franzen, Purity, 2016

franzen_jChe tipo di scrittore è Jonathan Franzen? Che tipo di libri scrive?

Perché mi faccio queste domande? Perché nel sentire letterario comune mi pare che Franzen occupi uno scranno  – un po’ laterale forse – della fascia alta, ma che nel suo caso reputazione, vendite, fama non ne sono le conseguenze, ma la causa. A me pare che sia un caso di scuola in cui la reputazione (la buona reputazione) per motivi abbastanza oscuri preceda la (eventuale) qualità e la condizioni. Attorno a Franzen si forma così una sorta di aura, che ha come conseguenza quella di considerare ogni suo nuovo libro un oggetto degno di analisi critiche di un certo spessore, e di seminare aspettative.

Lo dico subito. A me Franzen pare uno scrittore leggermente sopravvalutato. Dirò di più. A me pare che Franzen lotti contro un complesso di inferiorità di cui è probabilmente solo in parte consapevole, che lo porta a custodire e promuovere la propria sopravvalutazione, mettendolo nello stesso tempo di fronte ai propri limiti; aporia da cui si sente obbligato a prendere le distanze, come è comprensibile, con meccanismi di rimozione e autoaccettazione indispensabili alla propria sopravvivenza. In qualche modo, cioè, la sopravvalutazione è un elemento costitutivo dei suoi libri, la loro ragion d’essere.

Si sa che Franzen è stato uno dei migliori amici (uno dei pochi nel côté letterario) di David Foster Wallace, e questo mi ha sempre molto colpito. Avevano qualcosa in comune: entrambi dell’Illinois, entrambi due ragazzoni robusti, alti, colti. Uno però era evidentemente un genio, l’altro un bravo ragazzo dotato, equilibrato (laddove l’altro era squinternato, paranoico, maniaco-ossessivo, depresso, e infine suicida); Franzen è il piccolo borghese, l’uomo tranquillo che David forse avrebbe voluto essere (la versione edulcorata di se stesso, il vero figlio dei suoi genitori, intellettuali del midwest, posati, sicuri di sé); David è d’altro canto per Jonathan – probabilmente – l’artista maudit che lui non può e non potrà, e non vorrà mai essere.

 

Tutti questi forse e probabilmente sono giustificati dal fatto che ovviamente io di Franzen come persona so poco o nulla. Sono però stato sempre attratto dai suoi romanzi (e non solo). Li ho letti tutti, e mi chiedo perché. E’ dai romanzi, dal modo con cui li ha scritti, dall’accoglienza che hanno ricevuto, dalla distanza siderale che li separano da qualsiasi cosa abbia scritto l’amico David, che ho tratto questa sensazione, che in fin dei conti credo abbia più a che fare con il testo letterario che con la psicologia dell’autore, ed è per questo che per me ha senso farmi le domande: che tipo di scrittore è Jonathan Franzen? Che tipo di libri scrive?

La mia impressione è sempre stata che Franzen voglia deliberatamente scrivere libri con un’alta ambizione, un’ambizione che li trascenda. Stupire con un cocktail di bravura e semplicità. Essere David  restando Jonathan. Ostentare, non reprimere l’aria da primo della classe che lo circonda.

Franzen non sa propriamente raccontare storie, ma i suoi romanzi sono molto lunghi e vi succedono molte cose. Tuttavia la lunghezza, e l’articolazione delle vicende è raggiunta attraverso una tecnica ormai collaudata, senza dubbio efficace, che consiste nel costruire grandi blocchi narrativi incentrati su un episodio o su un personaggio, di cui viene sceverato ogni minimo dettaglio. Quattro o cinque di questi blocchi, i cui fili finiscono per trovare un senso compiuto nel finale, fanno sì che in meno che non si dica si arrivi a quattro-cinquecento pagine. E dico non a caso in men che non si dica: perché l’operazione funziona. I libri di Franzen vanno via che è una bellezza, perché le psicologie dei personaggi sono molto ben caratterizzate, gli ambienti molto ben descritti, il tempo che fa, i colori, i suoni, i tic delle anime in pena. I fatti raccontati, se pur non prevalenti rispetto ai personaggi, sono interessanti, prendono. L’impressione è che il ricorso a questa tecnica sia proprio funzionale a sopperire – volutamente o meno non saprei, ma l’impressione è che lo sia – all’incapacità di sostenere il peso di un Grande Arco Narrativo. Non si tratta di non avere qualcosa da dire, ma di non avere una vera storia per dirlo (il che è comunque del tutto legittimo).

Il risultato è che questi libri non possono essere messi sullo stesso piano di, che so, Delillo, o McCarthy, Richard Ford o Pynchon (ma ognuno può citare il proprio pantheon). E nemmeno di autori di nicchia, ma nemmeno di Philip Roth. Ho citato volutamente autori di certo “popolari” ma non di facilissimo consumo. Non autori di best-selleroni da 600 pagine tutto dialoghi e trame fitte fitte, psicologia zero. Franzen è un po’ una via di mezzo. La sua è buona, talvolta ottima letteratura di intrattenimento, ma che ostinatamente strizza l’occhio al pubblico americano mediamente colto senza riuscire a lanciare davvero il cuore oltre l’ostacolo, sempre dando l’idea che sì, avrebbe potuto farlo, ma forse la prossima volta.

Ripeto: la ricetta funziona, e leggendo Purity, il suo ultimo romanzo, non mi sono mai annoiato, ho riflettuto quanto basta su Internet e le sue storture (Franzen odia visceralmente i social network e uno degli almeno sei protagonisti di questo romanzo corale è uno Snowden/Assange pieno di rancore e di sensi di colpa che passa la sua vita di spione telematico senza guadagnarsi – agli occhi di Franzen e di riflesso ai nostri – nessuna particolare stelletta, anzi), ho apprezzato i personaggi disegnati non per far identificare il lettore, ma per confrontarsi con essi: nessuno totalmente positivo nessuno totalmente negativo. Purity, la protagonista, è una ragazza complessa, in cerca di sé, di un padre, di un rapporto adulto con la madre. Una ragazza un po’ antipatica in cerca di accoglienza, di un’identità solida, di tranquillità, forse di conformismo, di una serenità da conquistare rimpinguando i propri conti correnti per pagare i debiti universitari e attraverso l’amore di un ragazzo tranquillo con cane e stabilità affettiva: non propriamente un’eroina in cui rispecchiare dubbi, speranze, desideri. Purity insomma mi sembra rappresentare la scelta – definitiva? – di Franzen: l’accettazione della propria normalità.

Apprezzare, non ammirare, non empatizzare: la narrativa di Franzen è un monoblocco perfetto e distante, un riuscito incrocio di tecnica (i dialoghi sono da manuale: non credo sia possibile fare meglio) e capacità introspettiva (per lo meno con quel più che sufficiente grado di profondità che un numero spropositato di scrittori/sceneggiatori/drammaturghi negli Stati Uniti è in grado di maneggiare con invidiabile destrezza).

 

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