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And the winner is… Bob Dylan

bob-dylan1La letteratura è un fatto intimo. Ci si affeziona agli autori che sia amano, chi scrive è legato alla letteratura da un cordone ombelicale molto più resistente di quello biologico, che dopo nove mesi smette di essere utile e si getta via senza rimpianti. La letteratura nutre, e ci rappresenta.

Che le cose stiano esattamente così ce lo dicono le reazioni che seguono, ogni anno, la proclamazione del vincitore del premio Nobel per la letteratura. Ogni anno una polemica. E’ troppo poco conosciuto. E’ troppo popolare. E’ troppo svedese. Non c’entra niente con la letteratura. Con un livore, una forza polemica davvero sorprendente, di gran lunga superiore a quella che accompagna la notte degli Oscar. Come se il premio Nobel fosse davvero il premio al miglior scrittore vivente (almeno per quest’anno).

Stavolta è il turno di Bob Dylan. Cantante, anzi, cantautore come si diceva una volta. Premiato per per aver creato, dice la motivazione, «nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Interessante motivazione, anche riduttiva, è stato detto, per esempio da Sandro Veronesi, sul Corriere: “Da oltre cinquant’anni l’influenza di Bob Dylan sulla cultura occidentale è incalcolabile, come incalcolabile è il numero di opere letterarie, in prosa o in poesia, che hanno tratto ispirazione dal suo lavoro, o la quantità di titoli «rubati» alle sue canzoni. Perciò, per quanto illuminata appaia la scelta fatta a Stoccolma (le cronache dicono che l’annuncio è stato accolto con un boato dal pubblico presente in sala), c’è da chiedersi perché questo riconoscimento non sia arrivato prima.

Molti altri hanno manifestato assoluta contrarietà (Baricco: “E’ come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias – sostiene l’autore di Oceaono Mare – perchè c’è una bella musicalità nella sua narrativa“, Raoul Montanari: “In completo disaccordo con il Nobel per la “letteratura” a Bob Dylan. Le parole di Bob Dylan non hanno gareggiato alla pari con quelle dei poeti e dei narratori, perché erano accompagnate dalle splendide melodie della sua chitarra. Non erano nude, non erano indifese sulla carta come quelle di chi fa ciò che chiamiamo “letteratura”).

Ma torniamo alla motivazione. Questa non lascia intendere che Dylan sia un poeta tout-court. Dylan, viene detto, ha creato nuove espressioni poetiche, ma all’interno del suo naturale quadro di riferimento, quello della canzone. Questo di fatto neutralizza in partenza le critiche alla Baricco e alla Montanari: è proprio la canzone (americana) a rientrare legittimamente nel novero delle espressioni artistiche meritevoli di vincere un premio Nobel per la letteratura. La canzone, nel suo essere testo e musica, è dunque letteratura. Così come sono letteratura i libretti delle opere di Verdi e di Puccini (pessima letteratura, invero, ma chi potrebbe sostenere il contrario?). Il merito di Bob Dylan è da ricercarsi all’interno del contesto in cui le sue creazioni hanno visto la luce: la canzone, non nella letteratura. E pur tuttavia sono meritevoli di essere premiate con un Nobel alla letteratura per le loro qualità poetiche.

I versi dei libretti d’opera, e delle canzoni sono chiaramente costruiti per essere cantati; la canzoni hanno una struttura ritmica, prosodica (la rima, il refrain) che risponde a esigenze certamente esterne ad una natura “letteraria” pura, ma comunque è un testo, come è un testo Romeo e Giulietta scritto per essere recitato sul palcoscenico. Testi che nascono per un uso diverso da quello della lettura, dalla stampa su un libro, non sono “letteratura”?

Come prova della non-letterarietà dei testi delle canzoni, è stato detto che le canzoni di Bob Dylan, come quelle di Coen o di Springsteen, siano in definitiva recensite da critici musicali (che si improvvisano esperti di poesia, come se ne avessero titolo), che non passino insomma il vaglio della critica letteraria pura, l’unica in qualche modo che ne possa certificare il valore, assumendo che sia l’oggetto della critica letteraria a formare l’universo letterario, e non viceversa (che cioè esista un universo e chi se ne occupa dal lato della critica ne è un semplice ospite che ne prende in prestito una parte). Ma è davvero così?

Se eseguiamo una ricerca su una delle principali banche dati di letteratura umanistica (MLA International bibliography, prodotta dalla Modern Language Association, consultabile solo in abbonamento) inserendo la voce ‘ bob dylan’ nel campo “Autore come soggetto”, abbiamo 294 risultati. 294 articoli pubblicati su riviste accademiche più o meno prestigiose (da American Quarterly, a Contemporary Theatre review (Free, Stuck, Tangled: Bob Dylan, the ‘Self’ and the Performer’s Critical Perspective?), a World Literature Today, a Popular Music and Society, a Etudes Anglaises: Revue du Monde Anglophone (“The Importance of the Folk Singer in the American Sixties. A Case Study of Bob Dylan“), alla New York Times Book Review (Bookends: Bob Dylan: Musician or Poet?) e così via. La ricerca (contrariamente a quanto risulterebbe da una ricerca su Google) non tiene conto dell’attualità, tanto che la maggior parte degli articoli (162) risalgono agli anni 2000-2009.

Ne segnalo uno solo (non li ho scorsi tutti), pubblicato 9 anni fa: Dylan and the Nobel, in Oral tradition, 22:1, pp. 14-29, 2007 Mar, in cui l’autore dell’articolo, Gordon Ball, racconta come e perché nel 1996 scrisse all’Accademia di Svezia per proporre Bob Dylan come Premio Nobel per la letteratura.
Scrive Ball (purtroppo non ho accesso all’intero articolo, ma solo ad una piccola parte iniziale che potete leggere da voi stessi qui: http://muse.jhu.edu/article/224272/pdf): “Examining the criteria for the granting of the Nobel Prize in Literature, I learned that two general standards had been specified early on. The final will of Alfred Nobel in 1895 stipulated that in literature the honoree’s work shall have been “the most outstanding . . . of ‘an idealistic tendency’“; and that in each field “during the preceding year, [it] shall have conferred the greatest benefit on mankind” […] In the earliest years Nobel’s “idealistic tendency” was taken to mean that the award was “not primarily a literary prize” but also one recognizing elevating views of humanity”.

Fine delle polemiche.

(P.S. Ho trovato anche questo: “Bob Dylan and the Academics: The Inadequacy of the Prominent Academic Approaches in Studying Bob Dylan’s Song Lyrics“, tesi di dottorato di più di 100 pagine.  http://dare.uva.nl/cgi/arno/show.cgi?fid=147099)

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  1. 17 ottobre 2016 alle 19:19

    Sono tra quelli che condividono la posizione di Baricco, ma ho linkato quest’articolo tra i commenti al mio post: https://carlomenzinger.wordpress.com/2016/10/13/dove-sta-andando-a-finire-il-premio-nobel/

  1. 17 ottobre 2016 alle 13:41

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