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Cartoline da Londra (reloaded). 1, Londra, appunto.

IMG_1125Da dove iniziare? Da Rudolph Giuliani, forse. L’ex sindaco di New York, ora sostenitore di Donald Trump, ha detto che un suo amico, che stava andando a Londra, gli aveva confidato di avere paura, molta paura (concludendo: questo è il mondo che ci ha consegnato Hillary Clinton).

Chiaramente questo amico è un’invenzione retorica, non esiste e soprattutto, se pure fosse esistito, è evidente che a Londra non ci è mai arrivato, perché se fosse arrivato, come tutti sarebbe stato travolto dalla sfrenata voglia di vivere, dalla energia inesauribile di una città che sotto il caldo sole di agosto, colorata delle mille fioriere appese ai lampioni delle strade e alle finestre dei pub, sembra non accorgersi neppure per sbaglio che da qualche parte esiste una cosa che altri chiamano “minaccia terrorista”.

IMG_0936All’aeroporto i tristi controlli post-Schengen sono rapidi e scrupolosi. Per i restanti sei giorni non ho visto alcuna camionetta dell’esercito, solo un paio di soldati armati (un paio, non scherzo) nessun “Bobby”, nessun agente del traffico (Londra è un delirio di traffico di macchine, biciclette e pedoni che si autogestisce in modo piuttosto complicato, ma evidentemente soddisfacente per quelli che ci abitano). Mi auguro che quantomeno fossimo circondati da agenti in borghese che non volevano dare nell’occhio.
Le sera del venerdì e del sabato il centro storico si presentava (esattamente come uno se lo aspetta) come un’unica indistinta massa di giovani, turisti, studenti, ragazzotte brille delle periferie, artisti, professionals della City con la cravatta slacciata (ne ho trovata una sotto un sedile della Metro, la domenica mattina). Un lungo corteo colorato che entra ed esce dai pub, dai locali, invade le piazze e le strade per il puro piacere di stare lì.

***

IMG_0934Cosa meglio della metropolitana per raccontare una città?
Quella di Parigi è poetica; quella di Londra è difficile da capire (per gli stessi londinesi), è vecchia, austera, non ti regala niente, le mattonelle bianche dei cunicoli sanno di rifugio della seconda guerra mondiale, ma alla fine, dopo un corpo a corpo devastante, ti porta dove devi andare. Ne vieni a capo. E così è questa città dalle mille possibilità, dalle insidie e dalle infinite lusinghe. Alla fine sembra che ci sia posto per tutti.

Sugli autobus c’è il numero da chiamare per un colloquio di lavoro per diventare driver; in uno dei punti vendita della sconfinata catena di fast-food di qualità Pret à mangerc’è il Recruitment center, per  gli aspiranti camerieri. Ovunque si ha l’impressione di trovarsi in un palcoscenico sul quale non si capisce se sei un o spettatore o un attore (e se non lo sei, se lo puoi diventare da un momento all’altro).

E’ una città dura, può essere spietata e non ci si deve far condizionare dal sentimento. Ci si può trovare a vivere a più di un’ora di metropolitana dal centro, in un sobborgo (immacolato, funzionale e spettrale) lontano da ogni altra cosa ti venga in mente possa esistere a parte le casette a schiera che già dall’aereo si impongono nella loro tetra ripetitività, come lische di pesci che si snodano per chilometri, casette per lo più malandate, con una fetida moquette che attutisce i passi sulle scale che portano a un secondo piano traballante. Case abitate anche da dieci famiglie ispaniche o indiane, con un solo bagno in comune. Periferie dove ogni razza umana è rappresentata, ma dove sembra che la sopravvivenza sia basata su un mutuo accordo di non belligeranza.

[continua…]

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  1. 22 agosto 2016 alle 16:34

    La capacità di rendere la “linfa” di Londra già anche solo dietro queste quattro righe è stata tale da aver fatto nascere, prepotente, il desiderio di tornarci a breve. Luogo che si incarica di essere smentito ogni volta che ci torno, come pochi altri. Dalla Londra compassata dell’esperienza fatta a Pasqua, nell’unica chiesa cattolica-italiana della città, al cospetto di una variopinta colonia italica, con tanto di coro e vestito della festa, una little Italy dove i caratteri nazionali si fondono diventando un tutt’uno con il british style. Toccante. E poi, passeggiare a piedi per i lunghi viali, fermarsi ad osservare il concerto di costruzioni in mattone (…d’accordo, molto per deformazione professionale). E le luci, e gli odori e il profondo ordine apparente grazie al quale etnie di tutto il mondo fissano nuovi standard di convivenza, senza rinunziare alla propria identità, semmai mettendola in gioco, in un calderone apparentemente pacifico, quieto, ordinato. Non è facile. Probabilmente la storia. Secoli di dominazioni, abitudine all’imposizione di un ordine, che devono essere cosi parte del proprio DNA dal risultare neanche necessario ricordarli. Dal driver di colore che guida il classico bus rosso a due piani, con tanto di schermo e telecamere collegate in tempo reale ad una qualche centrale operativa remota. Una versione orwelliana cui tutti sembrano obbedire. Si percepisce il rispetto di un ORDINE. Che consente anche il DISORDINE. Che poi, in fondo in fondo, è la vita stessa. Grazie!

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