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I fatti. Autobiografia di un romanziere, di Philip Roth

Philip Roth, I fatti. Autobiografia di un romanziere, 1988

[le letture del martedì di RdB]

rothQuesto romanzo è un’operazione letteraria, come “La controvita”, pubblicato due anni prima. Roth scrive un’autobiografia dei suoi primi cinquanta anni. Spedisce il testo al suo alter ego, Zuckerman, per chiedergli un giudizio sulla sua fatica. Segue la risposta, negativa, di Zuckerman.

Qualcuno ha detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso romanzo, e in effetti anche qui Roth si sofferma sui suoi archetipi: l’infanzia a Newark, il ritratto del padre e della madre, l’arrivo al college, i primi amori e i primi, durissimi, contrasti amorosi, il rifiuto dei suoi racconti da parte della comunità ebraica.

È il mondo dei precedenti romanzi, in particolare degli esordi di “Addio Columbus”, di “Lasciar andare”, di “Quando lei era buona”, fino a “Lamento di Portnoy”. Un testo autobiografico e psico-analitico, con Zuckerman nei panni del medico. Siamo in un gioco di finzioni tra l’autore e il suo alter ego.

Roth si rende conto – lo fa dire a Zuckerman – che in operazioni come queste si corre il rischio di non essere sinceri, di frenare gli slanci e le passioni, indebolendo la forza del racconto. Dove sono la lotta e la tracotanza?  Dice Zuckerman “… tu separi i fatti dall’immaginazione e li svuoti della loro potenziale energia drammatica. Ma perché sopprimere l’immaginazione che ti è servita per tanto tempo? … la verità è che i fatti sono assai più ostinati e incontrollabili e inconcludenti, e possono imbavagliare proprio l’inchiesta aperta dall’immaginazione”. Che i fatti possano frenare l’immaginazione è un tema caro a Leopardi.

“I fatti” chiude la prima stagione di Roth e anticipa i capolavori degli anni Novanta: “Patrimonio (1991), “Il teatro di Sabbath (1995) e “Pastorale americana” (1998), quando Roth intreccerà sempre più i fatti con l’immaginazione.

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Categorie:letture, riccardo db
  1. 31 maggio 2016 alle 17:13

    credo che la genuinicità di un’opera sia ciò che la rende appassionante e interessante…. poi naturalmente sta alla bravura dello scrittore il riuscire a mistificare il suo vissuto nel migliore dei modi per sfuggire alla banalità….e direi che Roth ci riesce molto bene….:-)

  2. RDB
    4 giugno 2016 alle 18:07

    Concordo. Roth non è mai banale, perfino nelle sue opere “minori”, categoria alla quale probabilmente appartiene “I fatti”. Penso che intorno ai cinquanta anni abbia sentito il bisogno di fare il punto sulla sua vita, La voglia di autobiografia ha tolto forza ad alcune delle sue opere di quegli anni. Sono sempre libri di livello, ma non hanno la potenza di “Il teatro di Sabbath”, di “Pastorale americana”, di “Everyman”. Grazie per il commento.

  3. 7 giugno 2016 alle 22:04

    figurati, grazie a te piuttosto, e alle tue utilissime recensioni…A proposito, ho appena finito di leggere “Lasciar andare” e mi piacerebbe sapere cosa ne pensi….Non sono più abituata a opere così lunghe e spesso, come in questo caso, penso che “sfoltite” sarebbero migliori…non so…

  4. RDB
    8 giugno 2016 alle 22:57

    Purtroppo non posso essere d’aiuto. “Lasciar andare” (1962) troneggia su un mio scaffale con le sue 743 pagine ancora quasi intonse. Su di lui hanno avuto la meglio “Addio, Columbus” (1959), 252 pagine, letto e recensito sul blog e “Il lamento di Portnoy” (1969), 234 pagine, letto ma non ancora recensito.
    Sempre restando ai primi libri di Roth, quelli degli anni Sessanta, ho paura che “Lasciar andare” resterà un po’ solo, dato “Quando lei era buona” (1967) mi strizza l’occhio con le sue sole 312 pagine. E’ pur vero che potrei cedere, prima o poi, perchè la Martha di “Lasciar andare”, divorziata e madre di due figli, è terribilmente simile a Josie, una delle protagoniste di “I fatti” … Dicono che si tratti della prima moglie di Roth, ma meglio non ricadere negli eccessi di biografie e autobiografie!

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