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Fenomenologia del lettore in Roderick Duddle

In Roderick Duddle, Michele Mari si diverte a rivolgersi più e più volte direttamente al lettore.

duddleCos’è Roderick Duddle? E’ un divertissement? un libro-fake? un’analogia? un calco? una parodia? un feuilleton? un meta-romanzo d’avventura (e quindi di formazione) settecentesco (ma per adulti)?

Vi si narrano le avventure assai complicate di un bambino (anzi, due), di un medaglione, di un’eredità, di una suora cattivissima e una suora ermafrodita, di avvocaticchi untuosi, di marinai, di baldracche, di uomini cattivissimi e/o stupidissimi che si rincorrono, si uccidono, bevono, fanno sesso, si imbrogliano a vicenda con l’obiettivo di accaparrarsi la cospicua eredità della perfida Lady Pemberton.

Complemento essenziale del gioco è lo stile, volutamente arcaico e brillante, che ricorda da vicino più quello di Tom Jones di Fielding che non quello di Dickens o Stevenson, e parte essenziale dello stile di Fielding è il ricorso costante, appunto, al dialogo con l’immaginario lettore che tiene in mano il libro.

Mari gli si rivolge dedicandogli, quasi sempre, un aggettivo qualificante, quasi fosse un personaggio aggiunto, un convitato di pietra la cui funzione di spalla dell’autore, alla fine del romanzo, ce ne delinea le caratteristiche.

Se ne contano 87, di questi aggettivi, quasi tutti unici: il lettore è ora partecipe, ora pavido, malizioso e lungimirante, indulgente, curioso ma abitudinario, sfrontato e sgomento, viziato… e così via.
In realtà, percorrendo l’intero elenco (lo trovate alla fine dell’articolo), oltre al lettore, a venire illuminato (di riflesso) è proprio il testo, o meglio: la relazione che intercorre fra testo e lettore, fra scopo della scrittura e ricezione attesa, fra il mittente e il ricevente con l’enfasi tutta riposta (o fingendo che lo sia) su quella che Roman Jakobson definisce funzione conativa, la funzione del processo comunicativo che privilegia appunto il ruolo del mittente, più dell’oggetto della comunicazione (come nelle perorazioni di carattere prescrittivo-religioso, o giuridico).

Se ne trae quasi una lezione di scrittura creativa implicita, l’illustrazione di come una storia, per essere convincente, dovrà indurre a tutta una serie di reazioni emotive da parte di chi legge, o guarda, o ascolta: dovrà dare al lettore l’illusione di poter essere superiore (occultando informazioni), lo dovrà spaventare, circuire, ammaliare, incuriosire, indurirlo e purificarlo.

Il risultato è un giocoso pas des deux ironico e spiazzante. Infatti, ogni volta che l’Autore si rivolge all’arguto, al neghittoso, al paziente, al deludente, al grossolano, gnomico, impressionabile lettore, non si ha l’impressione di essere davvero coinvolti (come lettori, dico). Non c’è aderenza (non è detto che ci sia) fra l’aggettivazione di volta in volta utilizzata e il reale stato d’animo del reale lettore in quel dato momento della lettura. Ma si è lieti di concedere allo scrittore di poter ritenere che a quel punto della narrazione il lettore ideale (per esempio il lettore settecentesco) avrebbe potuto esserlo (deludente, grossolano, impressionabile eccetera). Il lettore è davvero un elemento della narrazione esattamente come Roderick, o il trucido Salamoia o la sensualissima suor Allison: uno specchio dell’autore, un elemento della finzione cui un regista abbia riservato un posto sul palcoscenico di un teatro d’avanguardia. Il gioco sta nell’oggettivare una presenza del tutto immaginifica che finzionalmente si confonde con un essere umano che oltretutto è lo stesso, grazie alla cui attività cognitiva, il libro può esistere: «Se avesse potuto gettare uno sguardo anche un solo istante nella mente di quell’uomo, Roderick si sarebbe messo a correre via senza fermarsi mai… Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio».

E che il gioco della realtà e della finzione sia ciò che più sta a cuore all’autore è evidente sin dalla prima pagina, dalla prima riga in cui le identità di scrivente, di scrittore e di personaggio si confondono allegramente. Il romanzo comincia infatti così (citando Moby Dick): “In verità… io… mi chiamo Michele Mari”.

Fortunatamente il gioco di rimandi e di citazioni è leggero e mai freddamente caricaturale, mai saccente o fastidiosamente erudito. Un delizioso, appassionante, vero (o falso) romanzo autenticamente (o falsamente) post-moderno.

La lista (in ordine di apparizione):

informato
autorevole
volubile
meccanico
curioso
indiscreto
pavido
ingenuo
accorto
cortese
esigente
docile
arguto
compìto
indaffarato
immaginoso
coriaceo
candido
riluttante
timorato
indulgente
zelante
impressionabile
sconcertato
disagiato
credulo
svagato
ipocrita
deludente
supponente
venale
integerrimo
vertiginoso
lungimirante
pudibondo
insaziato
impaziente
sapido
privilegiato
frettoloso
bennato
onirico
solerte
morboso
malizioso
prudente
improvvido
sfrontato
fiscale
perplesso
connivente
esoso
perspicace
micragnoso
onesto
avveduto
gnomico
viziato
partecipe
reazionario
terragno
sinottico
altezzoso
neghittoso
inquieto
autonomo
sobrio
mobile
educato
sensibile
pragmatico
oculato
grossolano
sgomento
pacifico
sonnacchioso
ingegnoso
infastidito
magnanimo
abitudinario
smanioso
recidivo
diffidente
fantasioso
tollerante
affezionato
paziente

 

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