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Il piacere del cinema. The Hateful Eight, di Quentin Tarantino

hateful-eight-crossIl piacere del cinema. Il piacere del racconto. Tarantino a me personalmente non delude mai perché i suoi film, tutti, The Hateful Eight è l’ottavo, sono scritti e diretti per farci riscoprire il piacere del cinema come godimento primordiale. I film di Tarantino sono come un viaggio nell’età dell’oro del cinema (i classici con i quali tutti siamo cresciuti) e della vita, spostando le lancette biologiche al tempo dell’adolescenza, il momento in cui, non essendo più bambini ma non ancora adulti, si formano i desideri, e liberati dall’involucro dell’infanzia, si gode, ad esempio, della libertà che dà la rappresentazione giocosa della violenza (non come valore, ma come atto primitivo di suppurazione di tensioni inconsce), del riconoscimento, l’accettazione e la messa in prospettiva dei sentimenti più estremi, un impasto ibrido composto di bugie, inganno, amicizia, senso dell’onore, amore, onestà: il tutto senza ancora un codice disciplinante esterno e oppressivo (la “morale”). Il cinema per Tarantino è di per sé proiezione dell’adolescenza (non è il solo: per dire, tutto il cinema di Spielberg e Lucas è lo stesso), un contenitore di segreti da coltivare senza la previsione di una conseguente applicazione pratica; ma anzi congedati al termine dell’esperienza sensoriale acuta della visione nel buio di una grande sala, come fosse l’oasi da cui il viaggiatore si allontana per riprendere il cammino.

In questo continuo rifarsi ad una memoria condivisa – pubblica e privata – il divertimento che ne scaturisce è implicito: Tarantino trasmette la sua gioia nel rifare ogni volta Il Cinema, trasferendo in questo gioco di ruolo non solo i puri riferimenti contenutistici (le trame, le musiche, i personaggi, il mito), ma soprattutto lo sguardo, puro, incontaminato, con cui li abbiamo vissuti. Operazione, oltretutto, così esplicita da non far nulla per nasconderne lo scopo: che non è di rifare la Gioconda tale e quale, ma colorarla come Andy Worhol.

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Qualche anno dopo la fine della guerra civile, una diligenza sfreccia attraverso il paesaggio invernale del Wyoming. Il cacciatore di taglie John Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue sono diretti verso Red Rock, dove Ruth porterà Daisy al patibolo. Lungo la strada, incontrano il maggiore Marquis Warren (un ”collega” di Ruth, noto per portare sempre con sé una lettera autografa del presidente Abraham Lincoln con il quale sostiene di avere avuto una fitta corrispondenza durante la guerra) e Chris Mannix (che afferma di essere nuovo sceriffo di Red Rock). A causa di una bufera di neve, il gruppo cerca rifugio presso lo spaccio di Minnie. Quando arrivano sono accolti da volti sconosciuti: Bob, che dice di prendersi cura dello spaccio in sostituzione di Minnie, che è andata a trovare la mamma (Warren non ne è molto convinto); Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; Joe Gage, un allevatore e il generale confederato Sanford Smithers. La tempesta li obbliga a stare chiusi nella locanda per tre giorni, durante i quali le vere identità di molti di loro verranno alla luce nel modo più cruento possibile.

The Hateful Eight è un piacere per gli occhi (se accettate, su un totale di tre ore, una mezza dozzina di minuti di sangue finto che schizza di qua e di là), per la mente e per l’udito, se avete la fortuna di vederlo in lingua originale. Partendo da Agatha Christie passando per Sergio Leone, John Carpenter e se stesso (Le Iene), il film racconta una storia facendoci entrare attraverso la perfezione di ogni singolo fotogramma in un flusso narrativo che più classico non potrebbe essere (con le consuete alterazioni nel flusso temporale che sono il suo marchio di fabbrica – sempre geniali), trascinandoci nell’angoscia di ogni lunghissimo gesto e nel divertimento dato dalla più incredibile bugia. Facendoci amare un imbroglione (il maggiore Marquis Warren, Samuel L. Jackson, monumentale) per la sua furbizia e il sentimento di vendetta che nutre per i bianchi che anche questa volta, come era stato in Django, rappresentano il Male assoluto (avevo già parlato qui della vendetta nel cinema di Tarantino).

Ma quello che resta alla fine non è l’effimero raccapriccio causato dal sangue finto che schizza dai corpi trafitti dalle pallottole, quanto la ruvida amarezza guascona del Maggiore Warren; la storia struggente e dal potente valore simbolico della lettera di Lincoln; Minnie, la proprietaria dello Spaccio di cui ci viene raccontata la storia in un bellissimo flash-back rivelatore e la deliziosa Six-Horse Judy, assistente del postiglione che ha condotto nella locanda Mobray, Gage e Bob.

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Forse Hateful Eight è il film più maturo di Tarantino, quello in cui il “gioco del cinema” è meno preponderante, a vantaggio di una raffinazione degli obiettivi. Tarantino, più che negli altri film, racconta per accumulo di dettagli, con una lentezza originata dal piacere dello stare vicino al personaggio, di non tradirlo con  violente ellissi temporali (si seguono spesso i personaggi spostarsi da una parte all’altra, quasi in tempo reale). Oppure si pensi ai dialoghi ipertrofici di Pulp Fiction sulla maionese: io definisco questo modo di raccontare “generoso”. Anche paradossale, se si vuole: il cinema che più si nutre di cinema in realtà si compiace di seguire il ritmo lento della vita. Ma mentre per esempio in Bastardi senza gloria la lunghezza esasperata e asfissiante delle scene era funzionale all’aumento spasmodico della tensione (ricordiamoci delle due scene capolavoro con il Tenente Hans Landa, all’inizio a casa del contadino e dopo al ristorante, quando ad ogni istante sembra che sia lì lì per svelare l’identità segreta di Shoshanna) in Hateful eight sembra che sia fine a se stesso: per il puro piacere del racconto.

Il cinema di Quentin Tarantino può non piacere perché alla fine sembra che il film non “abbia detto niente”. Certo, il suo cinema è fondato sulla rappresentazione di fenomeni, non sulla metafora né sulla deduzione. Sulla messa in scena del sentimento lordo, non sgrossato o incapsulato per trasmettere un messaggio: come i romanzi d’avventura, o i “veri” vecchi western, il cinema di  Tarantino è fatto tutto di Maiuscole (l’Odio per il Razzismo, come era stato per il Nazismo, la Vendetta, come si è detto), sentimenti comunque nobili e radicali, che chiamano lo spettatore a godere della forza bruta del racconto se non a condividere, da correi, in qualche caso, l’orrore dell’istinto.

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