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Vent’anni da Infinite Jest

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Vent’anni fa, il primo febbraio del 1996, usciva uno dei libri fondamentali della storia della letteratura americana (e non solo) del Ventesimo secolo (e non solo), Infinite Jest, di David Foster Wallace. Tra qualche giorno uscirà nei cinema un film sulla vita di Wallace, The end of the Tour, che racconta proprio il tour per la promozione del libro.

Per l’occasione ripubblico un testo uscito sul blog La poesia e lo spirito il 23 marzo del 2009.

Sempre nel marzo dello stesso anno, sullo stesso blog, uscì un altro mio pezzo, quanto mai attuale, dal titolo Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte, dove si parla a lungo di Infinite Jest e di altri testi di Wallace sulla televisione.

 

avid-foster-wallaceChe libro è Infinite Jest, che ho finalmente terminato di leggere da qualche giorno? Un capolavoro? (cos’è un capolavoro? Un libro per tutti? Infinite Jest, è evidente, non è un libro per tutti – ma esistono, poi, libri per tutti?) E’ certamente un libro mastodontico che lascia un vuoto enorme. Esistono però libri molto piccoli che lasciano un vuoto altrettanto enorme. Il volume, dunque, non c’entra. Ci può essere solo un verso, uno soltanto, a lasciare un vuoto enorme, così come un nome, una parola sola, meno di un nome, il suo ricordo, la sua ripetuta cantilena mentale, la sua iterazione infinita priva di suono, di valore, di senso. Il nulla lascia un vuoto enorme. Dunque le dimensioni del libro non lasciano in eredità, in quanto tali, né un vuoto né un pieno proporzionato.

Infinite Jest è il libro della Dipendenza, è l’Enciclopedia della Dipendenza e di ogni tipo di Nevrosi e/o Disturbo della personalità maturato in ambito familiare e non, e alla fine l’unica cosa sensata che mi sembra io possa fare è ricominciarlo daccapo.

Non vorrei fare di questi mesi trascorsi con lui una parentesi, ma vorrei potermi ricordare di tutto e rivivere un’altra volta lo stesso viaggio. Io tendo a scordarmi di ciò che leggo e che vedo. Specialmente l’intreccio. Quello che mi resta è solo la polvere dalla trama, precipitata, che si sparge e confonde, ed è tutto ciò che resta. Sì, la cosa più fosterwallaciana che potrei fare è ricominciare daccapo, e assumere dentro di me una nuova ossessione. Trascrivere per esempio i nomi di davvero tutti i personaggi; o di davvero tutti i film di J.O. Incandenza (fondatore della Accademia di Tennis dove si svolge per larga parte il romanzo, padre di uno dei personaggi principali, il giovane talentuoso tennista Hal,  e autore di film d’arte dai titoli come: Lo sfortunato caso di Me stesso,  o Begli Uomini in Piccole Stanze Che Usano Ogni Centimetro di Spazio Disponibile con Efficienza Impressionante) Ma è stato già fatto. E poi perché tendere a questa identità empatica? Per affetto? per saldare un debito di ri-conoscenza?

Il debito maturato nei confronti dei bei libri che ci accompagnano nella vita è per sua stessa natura inesigibile. Però, in certe occasioni, resta una speciale amarezza dovuta al fatto di non poter restituire almeno parte di ciò che si è ricevuto in dono.

DFW, si sa, si è suicidato nel settembre scorso. Come J.O. Incandenza (in un modo molto meno spettacolare: Incandenza-padre si è ficcato la testa nel forno a microonde, facendo esclamare ad Hal, al suo ritorno a casa: che buon profumo). DFW è morto non sopportando il peso che opprime pressoché la totalità dei personaggi di questo libro.

Che libro è Infinite Jest? l libro della Dipendenza, della Depressione, della Fuga, del Disagio, di una piuttosto cinica Rinascita delegata ai programmi di recupero degli alcolisti anonimi, di una assoluta mancanza di Risorse Morali e Pratiche. Un libro di cui non mi sentirei di consigliare la lettura alla leggera. Un libro che non chiede identificazione, la aspira. Che non chiede al lettore di specchiarsi ma di farsi specchio, disorientandolo, facendogli assumere, attraverso una quantità di materiale narrativo esorbitante e parossistico, ogni debolezza e il rimpianto del mondo.

Non ho la presunzione di parlare di Infinite Jest. Di scriverne unarecensione. Per la sua complessità, certo. Ma anche per un motivo secondario, ma in qualche modo essenziale.  Proprio il fatto che DFW non c’è più. Se fosse stato ancora vivo le probabilità che avesse potuto leggere quanto io mi sarei sforzato di scrivere non sarebbero state più alte di quanto non sia ora. Non si tratta di questo.

A me sembra che la sua scomparsa renda un esercizio inutile cercare di parlare di qualcosa che riguarda il suo autore più di quanto un libro abbia mai fatto prima. Parlare di un libro come questo, alla luce della vicenda personale del suo autore è come se, davanti al tavolo autoptico, ci riferissimo alla vittima come una persona viva, gli rivolgessimo delle domande a proposito delle modalità della sua fine (e non in modo metaforico).

Un libro è una cosa viva, sopravvive al suo autore, ne prende le distanze e diventa patrimonio universale, ma in questo caso ho il forte sospetto che così non sia. Questo non significa che il volume stampato e rilegato in vendita nelle librerie o in rete sia destinato a macerarsi negli scaffali dei libri dimenticati. Tutt’altro (spero). Significa che il suo spirito, la sua dialettica intellettuale, tanto intrinsecamente correlata alla biografia del suo autore, che non vi ha trovato riscatto, dovrà arretrare di fronte a questo fallimento, per una forma di pudore, di rispetto. Ecco, il libro è la rappresentazione di un fallimento esistenziale e culturale. Si dice infatti che la scrittura aiuti, riscatti, dia una via d’uscita (“La differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia”, IJ, p. 308). In questo caso la scrittura come omicidio del Sé malato ha perso la sua battaglia: come si può parlarne in termini meramente estetici? Come si può parlare con distacco di una tragedia personale?

E dunque, preso in questa aporia (essendo stato il suo autore vittima del/nel proprio romanzo, ed essendo io debitore di una esperienza inevitabilmente estetica, non emozionale – è un difetto? Infinite Jest raramente emoziona, è un romanzo di testa, puro distillato di intelligenza e angoscia, divertimento macabro, di cielo e di inferno: l’universo letto con in mano il dizionario etimologico del dolore) non dirò nulla di/su Infinite Jest e raccomanderò di leggerlo solo se si è preparati a un viaggio da farsi con lo spirito di un diciassettenne che non ha paura di ritrovare se stesso ed è disposto a ricordare ed accettare tutto.

“Sentire che non ce la fai e devi farcela per forza, in una cella. Una gabbia del Penitenziario di Revere per 92 giorni. Sentire il dolore di ogni secondo che passava. Vivere un secondo alla volta. Suddividere il tempo in tante micro-unità. L’astinenza. Ogni secondo: si ricordava: il pensiero di sentirsi come si sentiva in questo secondo per altri 60 di questi secondi – non poteva farcela. Non poteva farcela. Doveva costruire un muro intorno a ogni secondo per sopportarlo. […] Poteva accovacciarsi nello spazio tra due battiti del cuore e fare di ogni battito un muro e vivere là dentro. Non permettere alla sua testa di guardare sopra il muro.” (IJ, p. 1147)

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