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Limonov, di Emmanuel Carrère

 

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Eduard Limonov

A voler essere maligni di Limonov di Emmanuel Carrère si potrebbe dire ciò che lo stesso Carrère ha scritto in Limonov (a pagina 61, per l’esattezza) a proposito di Esenin e Blok (e di Apollinaire e,”a voler essere cattivi”, Prévert): “li capisce anche chi non ci capisce niente, ma chi capisce qualcosa preferisce di gran lunga Mandel’stam, o Chlebnikov”.

Limonov è una lettura per tutti. Tutti possono trarne godimento. Ma il gioco malizioso di rimandi finisce qui, perché questa non vuole essere un giudizio di condanna. Perché Limonov, biografia poco romanzata di uno scrittore-attivista-guerrafondaio russo , ma anzi immersa nel brodo della storia (quella dell’ex URSS e di ciò che ne è seguito) è davvero un libro godibile, utile, interessante, appassionante. La prosa di Carrère (e qui cito di nuovo il testo) è “sincera e diretta”, scorre liscia, senza mai essere né corriva né semplicistica, senza mai un impedimento retorico superfluo, una circonvoluzione ardita, una similitudine o una metafora di troppo.

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Emmanuel Carrère

Eduard Limonov è una personalità che definire ambigua è davvero limitativo. Qui sta il pregio del libro: nelle contraddizioni che Carrère non nasconde, ma anzi amplifica, per farne il perno della narrazione. Limonov è ben definito dal nome che ha dato al suo movimento politico: nazionalbolscevico, un po’ nazista, un po’ stalinista, un po’ fascista. Ma la parabola di quest’uomo eccessivo, dalle origini poverissime, alla ancora più miserabile esperienza negli Stati Uniti, e poi in Francia, e poi in Serbia al fianco di Milosevic, Karadzic e della Tigre Arkan, scorre come un fiume impetuoso che se è lecito giudicare con il metro dell’etica, della politica e in molti casi del semplice buon senso, è opportuno che non lo sia sul piano squisitamente letterario. Carrère sa fermarsi un attimo prima di indossare i panni dello scrittore, che non prende una posizione morale. E così Limonov diventa Raskol’nikov, l’eroe negativo, il villain irredimibile ma con principi saldissimi, non tutti deprecabili, anzi. E soprattutto grande scrittore anch’egli.

Nulla gli viene perdonato. Ma la grandezza del personaggio si staglia netta, indimenticabile, descritta in modo lucido, distaccato, rispettoso. Sembra che Carrère, affrontando questo complicato intreccio di un superuomo e di sensibilissimo poeta, abbia fatto proprio il motto buddhista citato anche questo nel libro (a pagina 170): “l’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale ad un altro non capisce la realtà”. Carrère, pur senza tirarsi indietro, e manifestando più volte l’enorme distanza culturale, umana, ideologica da un personaggio come Limonov, si guarda bene dal fare confronti. Lascia che a parlare sia il testo, sia Limonov stesso, sia la storia, i fatti, gli amori disperati, il carcere, la vodka, il gelo sovietico e il fallimento della democrazia russa

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