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Dopoguerra dimenticato

faulknerHo letto di recente il primo romanzo di William Faulkner, La paga del soldato, The soldier’s pay, pubblicato (bisogna dirlo, nell’indifferenza generale) nel 1926. Il romanzo è estremamente interessante, sebbene presenti molte ingenuità, un tono lirico spesso sopra le righe e personaggi non pienamente risolti. Tuttavia non è difficile scorgere i germogli della preziosa mistura che caratterizzerà la prosa del grande scrittore americano, l’uso di una lingua letteraria ricercata al servizio della realtà, l’alternarsi di un’espressività parlata, rozza, alternata a slanci retorici appassionati (descrizioni della natura che suggeriscono una diretta filiazione con Cormac McCarthy, per esempio). Un uso esasperato del dialogo secco, privo di didascalie e orpelli che contribuiscono a segnare l’avvio di una nuova era della letteratura americana (il primo grande romanzo di Hemingway, Il sole sorge ancora, esce lo stesso anno). Il primo capitolo del libro, per usare una formula abusata, sembra una sceneggiatura, il dialogo di un film. I fatti, i personaggi, le storie da cui provengono e le loro future implicazioni, si vanno sgrossando come sotto lo scalpello di uno scultore riga dopo riga, senza una spiegazione superflua, senza un commento dell’autore, che lascia la sua materia vivere senza quasi interferire in alcun modo.

Ma non è di questo libro che voglio parlare. Mentre andavo avanti con la lettura mi è venuto spontaneo confrontare il romanzo con i suoi contemporanei italiani. Sia per quanto riguarda lo stile che per il contenuto. Ma soprattutto per il contenuto.

La paga del soldato è un romanzo del dopoguerra. Dove la guerra è la prima guerra mondiale. Si racconta di reduci, di soldati sbandati dalla terribile prova che hanno dovuto affrontare in Europa, nelle terre bruciate dai gas tedeschi nel nord della Francia. Un dopoguerra pieno di incognite, di frustrazioni, dolore.

E in Italia? L’Italia, che ha versato il sangue di centinaia di migliaia di uomini nelle trincee e sui campi di battaglia, cosa ha prodotto in campo letterario sull’argomento? Nulla. Dopo le poesie dal fronte di Ungaretti, Jahier, Alvaro la guerra ha smesso di essere un tema letterariamente interessante. Ancora più sorprendente è l’assoluta mancanza del dopoguerra nella letteratura italiana. Discutendone qualche giorno fa con un amico, professore di letteratura italiana della Sapienza, ci è venuto in mente solo Rubè di Giuseppe Antonio Borgese (1921), romanzo programmaticamente scritto, guarda caso, perché dopo la stagione del frammento lirico era giunto il “tempo di edificare” (come Borgese titolerà il saggio che pubblicherà due anni dopo) una letteratura che affondasse solide radici nelle strutture portanti del grande romanzo europeo.

Al di là di questo, grandi libri sul primo dopoguerra non ce ne sono stati.

Le due cose si tengono. La latitanza del romanzo e l’indifferenza per un tema che (il secondo dopoguerra lo dimostra) avrebbe dovuto essere cruciale della vita sociale del paese sono due facce della stessa questione. Reduci, famiglie mutilate, private di mariti, figli, una vittoria dal gusto amaro. Niente. Possibile che tutto questo non abbia interessato nessuno dei nostri uomini di lettere? Possibile. Forse proprio perché non disponevano dello strumento per raccontare tutto questo. Poeti del frammento, lirici, per quanto spogliati dell’enfasi dannunziana, i letterati italiani continuavano ad essere una casta aristocratica che scriveva per un pubblico ristretto ed elitario (l’analfabetismo agli inizi del Novecento raggiungeva percentuali ancora spaventose) che ha potuto svecchiarsi solo attraverso fortunate eccezioni. Federigo Tozzi, Svevo, Pirandello: i soli che hanno saputo portare la letteratura italiana fuori dai confini della lirica, erano dei geni assoluti, ma non espressione di un sentire comune. Ognuno a suo modo ha rappresentato unicamente se stesso.

La realtà rimaneva ai margini degli interessi della letteratura. Qualche anno dopo si imporrà un gusto semplice e popolaresco, ma agli inizi degli anni venti questo era ancora lontano da venire.

Un paese senza borghesia produttiva e colta, senza un’epica nazionale popolare o piccolo borghese (e quindi senza il romanzo), era quello che pochi anni dopo avrebbe scelto e poi subito l’esperienza totalitaria e allo stesso tempo strapaesana del fascismo.

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