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Muccino, Pasolini e la parodia della democrazia

pasolini (1)

Un giorno, in un futuro lontano, studieranno quello che è successo nei giorni scorsi nelle facoltà di sociologia della comunicazione. Per adesso ci limitiamo a guardare al tutto con un po’ di incredulità.

Allora, riassumendo: Gabriele Muccino sostiene che Pasolini non solo è un letterato prestato al cinema, ma che con la sua esperienza di dilettante allo sbaraglio ha, forse involontariamente – si spera – causato danni irreparabili alla nobile settima arte italica che aveva vissuto, almeno fino all’apparire sulla scena del poeta friulano, una stagione fulgida, presa ad esempio da tutto il pianeta (sia cinematicamente che cinematograficamente: cosa vuol dire non si sa, ma Muccino sembra che debba dimostrare di essere un po’ più colto di quanto uno non sarebbe portato a credere vedendo i suoi film).

Ora, si possono avere cento idee tutte diverse riguardo al cinema e alla maggior parte delle forme espressive, cinematiche e cinematografiche. Tutte legittime, se criticamente sostenute con argomenti e ragionamenti sostanziati da un’analisi critica per lo meno passabile. Sostenere però che il cinema di Pasolini (Mamma Roma, Accattone, La ricotta, Il Vangelo Secondo Matteo, Uccellacci uccellini….) sia un maldestro esercizio di stile di un fortunato dilettante dotato più di arroganza intellettuale che di talento, e che con il suo esempio ha contribuito a distruggere l’arte e l’industria cinematografica italiana è dire un’idiozia assoluta. E’ una tale sciocchezza che non consente neppure di essere discussa criticamente. E’ come se, è stato detto, Balotelli criticasse Roberto Baggio; o Bocelli Pavarotti. O Allevi, Beethoven. Una cosa così.

Come era ovvio, il post, uscito su Facebook, è stato seppellito da una valanga di critiche e di insulti (così sostiene il regista, personalmente non ho fatto a tempo a leggerli), con al conseguente immediata chiusura del profilo (dopo aver dichiarato che avrebbe serenamente continuato a dire quello che pensava, ostinatamente e orgogliosamente fuori dal coro, a Muccino qualcosa deve avergli fatto cambiare idea).

Perché penso che se ne occuperanno le facoltà di sociologia della comunicazione?

Perché è un perfetto esempio della falsa democrazia della rete e dei problemi che questa asimmetria comunicativa si porta dietro.

Muccino è un personaggio pubblico, abbastanza popolare, un regista di successo, con i suoi alti e bassi, comunque uno che gira negli Stati Uniti, eccetera. Muccino scrive in modo abbastanza provocatorio un post pieno di evidenti idiozie. Rivendica il diritto di esprimere il suo pensiero e in sostanza lamenta che questo diritto non gli sia stato concesso. Il fatto è che se un Muccino, un regista, e non un panettiere, o un giornalaio, o un dentista se ne esce con tali sciocchezze a proposito di un altro regista, considerato generalmente un grande regista, è naturale che diventi il bersaglio del dileggio, prima ancora che della critica. Ma Muccino, di fronte alla folla inferocita e dileggiante rimane comunque sul piedistallo dove stanno le celebrità. La folla ululante è indistinta, è vorace, vuole il sangue, ma è pur sempre folla, e alla fine Muccino chiude il profilo e la folla resta a bocca asciutta, facendo ritorno nell’ombra dell’anonimato. Muccino può passare da vittima della volgarità della folla che popola la rete. Può arrivare a sostenere, il Muccino, che in pratica non abbia il diritto di esprimere quello che pensa (aggirando abilmente il fatto che proprio il contenuto del suo pensiero è stata la causa del putiferio, non il diritto di esprimerlo o meno), pena la famosa gogna mediatica.

La comunicazione è comunque asimmetrica, e i commentatori hanno solo l’illusione di porsi sullo stesso livello della star, solo perché ne invadono la bacheca sbraitando. Il che è ovviamente un problema, perché l’aggressività verbale è comunque un dato di fatto oggettivo che nessuno dovrebbe essere costretto a tollerare. Dal suo punto di vista Muccino non ha fatto male a sbattere la porta: perché continuare ad aprire uno spazio perché migliaia di persone possano entrarvi insudiciandolo con un livore francamente insopportabile? Perché lo spazio di un possibile civico dibattito è sempre – o quasi sempre – occupato interamente dallo schiamazzo? Sarebbe stato diverso se le sue opinioni su PPP le avesse dette nel “salotto” di Fabio Fazio? La rete ha una specificità tale da veicolare meglio le stupidaggini? Evidentemente no. Rispetto al mondo analogico, quando c’erano solo la TV e i giornali, la rete dà alla folla il diritto di replica immediato (non-mediato). Questo ovviamente spiazza chi sta sul piedistallo, ma non cambia la natura della comunicazione. Perché aizzata, in questo caso dalla sciocchezza detta da una celebrità, la folla fa uso dei mezzi che ha: i forconi. Se un panettiere o un dentista avesse espresso quegli stessi concetti sarebbe stato bellamente ignorato. Ma Muccino è una regista, è un tipo di personaggio pubblico che, oltretutto, genera invidie o risentimenti a prescindere da quello che può o non può dire (fa film “facili”, non è “allineato”, non è nerd, è un po’ uno sfigato di successo). Uno come lui non può che ricevere il trattamento che ha ricevuto. Il che mette in luce in modo esemplare i limiti della Rete, che può armare perfino su argomenti squisitamente culturali o di costume eserciti disposti a tutto.

A tutto? Spento il PC Muccino torna a fare film, e noi a tirarci su le coperte perché la casa è fredda e domani ci aspetta una lunga giornata di lavoro.

[Aggiornamento ore 12:57]: Il profilo Facebook è ricomparso. Non era stato lui a chiuderlo, ma era stato sospeso da Facebook. Muccino insiste. Ha visto la Ricotta ma continua a ribadire che i suoi maestri sono altri: De Sica, Woody Allen, Bob Fosse, Altman, Griffith, Scorsese, Kubrick, Leone, Cassavetes…. E fin qui nulla da dire. Ognuno si sceglie i maestri che vuole. Peccato che questo non significhi non riconoscere la grandezza di quelli che non ti hanno all’atto pratico insegnato niente pur rimanendo grandissimi maestri. Io adoro Fellini ma – se avessi continuato a scrivere cinema – mai avrei scritto nulla di felliniano. Ma va oltre, il Muccino, qunado dice: “o ho criticato il Pasolini regista che ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell’epoca (altissimo sia in Italia che nel resto del mondo), per rendere (involontariamente) il mestiere del cineasta accessibile a chi di cinema sapeva molto poco o niente (come quasi tutti quelli che ora si divertono a deridermi o attaccarmi). Ecco, questa è e continua ad essere proprio un’idiozia.

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