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Vita di Galileo, di Bertold Brecht

Bertolt Brecht, Vita di Galileo, 1956

[le letture del martedì di RdB]

brechtDa sempre grandi attori e registi teatrali si sono cimentati con questo testo. Senza nessuna pretesa di completezza, si possono ricordare il Galileo interpretato da Charles Laughton a New York nel 1947, con la regia di Joseph Losey; la rappresentazione del Berliner Ensemble nel 1957; il Galileo di Tino Buazzelli, con scene di Luciano Damiani e regia di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano nel 1963: la pièce interpretata e diretta di Gabriele Lavia, in questi giorni al Teatro Carignano di Torino e poi al Teatro della Pergola di Firenze.

Perché Brecht riscrisse l’opera per tutta la vita, producendo una prima versione nel 1938, una seconda nel 1945-1946 e l’ultima nel 1956, l’anno della sua morte? Forse la risposta sta nelle tre anime del testo.

“Vita di Galileo” è, prima di tutto, un lavoro didascalico, realista. Brecht segue i diversi momenti della vita dello scienziato pisano: dalle ricerche all’università di Padova ai lavori per la Repubblica Veneta; dal periodo presso la corte medicea ai primi contatti con il Collegio romano; dalla diffusione delle idee di Galileo alla convocazione a Roma da parte dell’Inquisizione; dall’abiura (22 giugno 1633) all’isolamento in una villa vicino Firenze, prigioniero dell’Inquisizione. Fatti, fatti, fatti, quasi da rivista di divulgazione scientifica: Galileo cerca l’evidenza empirica per confermare il nuovo sistema eliocentrico di Copernico; studia la luce, la caduta dei gravi, le macchie solari, la via Lattea, i satelliti di Giove e le maree (sulle quali formulerà un’ipotesi poi rivelatasi errata); dimostra la rotazione della terra (che rinnegherà). Brecht arriva a ricordare, nell’ultima scena, l’esportazione clandestina all’estero dei “Discorsi intorno a due nuove scienze”.

galileoIn secondo luogo, “Vita di Galileo” è una dichiarazione di ideologia illuminista. Brecht usa Galileo per esaltare le idee della libertà della scienza, della fede nella ragione, della condanna delle censure. In alcune pagine si manifesta il comunismo di Brecht (si pensi alla scena 8, con il dialogo tra lo scienziato e il monacello): Galileo, cambiando la visione del mondo, avrebbe sconvolto la vita dei più poveri, dei contadini, abituati a accettare una vita grama sulla base delle certezze promulgate dalla Chiesa. Se la visione fisica del mondo della Chiesa è falsa, tutta l’impalcatura dell’interpretazione religiosa del mondo – accettare le sofferenze terrene in vista di una futura vita migliore – è messa in discussione. Dal punto di vista letterario questa componente dell’opera è forse la più datata, la più retorica.

La terza componente è quella più importante. A Brecht interessa l’uomo Galilei. Questo è il messaggio che oggi rimane più forte, soprattutto per un testo teatrale. Galileo è simpatico, grasso, ironico, goloso, furbo, ambizioso e gradasso. È uno scienziato applicato, che fa testare le sue teorie agli operai all’Arsenale di Venezia. È uno spregiudicato politico alla ricerca di fondi, quando convince il Doge a finanziare le sue ricerche sul cannocchiale, ben sapendo che gli olandesi sono arrivati prima di lui alla scoperta. È attento al compromesso con la Chiesa, sia per paura dell’Inquisizione sia per poter continuare i suoi studi. Continua a lavorare anche dopo essere diventato cieco, nel 1638. Brecht oscilla tra comprensione e condanna dell’abiura dello scienziato.

Emilio Castellani ha definito “Vita di Galileo” un “testo di una vertiginosa ricchezza di prospettive”. Umano, troppo umano, nel senso alto del termine.

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Categorie:letture, riccardo db
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