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Letteratura al quadrato. Viaggiatore in terra, di Julien Green

Viaggiatore in terra, di Julien Green, è quello che si sarebbe definito una volta “racconto del mistero”. Non so se questa definizione sia ancora in uso. E’ stato scritto tra il 1924 e il 1925, quando lo scrittore franco-americano aveva ventiquattro anni, ed è da poco stato ripubblicato in Italia in una raccolta dal titolo omonimo dall’editore Nutrimenti con ottime note ai testi. Quella su questo racconto è di Filippo Tuena, anche curatore della collana che la ospita.

Essendo un “racconto del mistero” dirò molto poco sul suo contenuto, per non rovinare il piacere della lettura. La cosa interessante del racconto è il riuscito intreccio fra tensione emozionale e manipolazione della materia letteraria. La scrittura, nel racconto, è co-protagonista, alla pari con i vari personaggi.

Intanto, in una nota in esergo l’Autore (non “juliengreen”, ma un’entità astratta di secondo livello) avverte il lettore che quello che leggerà è la “traduzione” di un testo scritto evidentemente in inglese (Green scrive in francese), visto che i fatti raccontati si svolgono negli Stati Uniti, ed è a sua volta la collazione di vari documenti (una sorta di memoria del protagonista principale, lettere, frammenti) redatti dai diversi attori della vicenda. L’oggetto letterario che abbiamo sottomano è dunque una duplice astrazione: una serie di testi “tradotti” da immaginari “originali”, da un autore fittizio che, oltretutto, tiene a sottolineare come ne abbia scartati altri, pure rintracciati, che permisero di dare un seguito al manoscritto, ritenuto però solo frutto di fantasia: “e quindi – scrive l’Autore –  ho creduto bene ignorarlo”. Séguito sostituito quindi dalle lettere che, scrive sempre l’Autore, “sono parse più interessanti perché i fatti che riportano sono veri”.

Rozzamente si può dire che si tratta di un caso di dissociazione schizofrenica, risolta in modo estremamente efficace (credete: dà i brividi, almeno quanto il finale di Psycho) proprio attraverso l’alternanza delle voci, ognuna delle quali aggiunge un elemento di comprensione della vicenda da un diverso punto di vista, e quindi proprio attraverso l’uso strumentale della scrittura, che diventa per Daniel, il protagonista, il mezzo per esprimere e realizzare (nel senso di: reificare) il proprio mondo interiore, e per l’autore-traduttore, il mezzo per pervenire alla “verità”.

Potenza della letteratura. E’ come se il legno con cui è fatto un tavolo esprimesse, enunciasse, nel suo essere tavolo, anche, pienamente, la sua natura lignea, la legnità del legno, la necessità del legno di farsi tavolo. Il che non è, perché un tavolo è un tavolo e al massimo può rappresentare la materia con cui è realizzato solo se venisse lasciato in uno stato perfettamente grezzo, privo di ogni forma di manipolazione, la sezione di un tronco rovesciata e appoggiata su un piedistallo, ma allora sarebbe ancora paragonabile al manufatto letterario? Suggerirebbe solo una funzione, senza interlacciare alcun discorso, come dire, di ordine estetico, fra materia e forma.

Mi sono spinto troppo in là? Comunque, leggete questo libro bellissimo.

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  1. RDB
    30 agosto 2015 alle 18:04

    Agosto di grandi letture, Ezio, e in crescendo qualitativo, per fortuna. Grazie dei consigli!
    RdB

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