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Effetto domino, di Romolo Bugaro

E’ un bel libro Effetto domino di Romolo Bugaro, come dicono in molti? Secondo me no. Avrebbe potuto esserlo. Lo è nei suoi obiettivi e in parte anche nella realizzazione. Ma alla fine resta un involucro non risolto, come fosse un segnale stradale, un’indicazione, non il percorso. Vi si legge lo sforzo di entrare, in corpore vili, nella realtà; la necessità e l’urgenza di raccontare dal di dentro un mondo che si sgretola, i fallimenti (nel senso proprio e in senso figurato) del tessuto sociale della parte più produttiva del nostro paese, il nordest, registrandone in tempo reale le recenti trasformazioni e il disfacimento delle illusioni. Tuttavia tutto questo a me non è parso supportato da un controllo stilistico e strutturale all’altezza delle intenzioni.

Un piccolo imprenditore padovano si trova fra le mani l’occasione che potrà cambiargli la vita, la grande, enormemente redditizia speculazione edilizia, che a causa dell’inatteso disimpegno della banca capofila del finanziamento si rivelerà però essere un disastro, generando reazioni a catena in tutta la filiera produttiva.

Il racconto procede per quadri nei quali si assumono via via i punti di vista dei vari personaggi coinvolti. Piccoli imprenditori, faccendieri, bancari, avvocaticchi, le loro mogli o fidanzate: un mondo che popola la provincia di Padova ostentando ricchezze più o meno millantate. Sebbene ritratti in modo estremamente preciso (questa è la qualità migliore di Bugaro), si stenta a partecipare dei loro drammi. Le loro storie personali, i flash-back sul loro passato, risultano troppo spesso la concessione ad un tecnicismo narrativo che non raggiunge l’obiettivo di farci entrare in un rapporto empatico con i personaggi. La struttura sembra traballare, qua e là. Personaggi nuovi vengono introdotti verso la fine del libro; altri vengono abbandonati al loro destino. Altri ritornano. Non c’è un’architettura precisa che aiuti il lettore ad essere trascinato all’interno della storia. Non c’è pathos, non c’è un tirante, (ma non c’è nemmeno una chiara volontà destrutturante).

Lo stile sembra non alzarsi mai dal grado zero della raccontabilità. Riassunti riepilogativi, l’uso di una lingua elementare fa sembrare il testo, in modo non voluto, una conversazione fra amici: “Da giovane Rampazzo aveva avuto pochissime avventure con le donne”… “Un paio d’anni più tardi, nel bar-insalateria gestito da Flavio, aveva incontrato la seconda donna della sua vita”… “Franco Rampazzo aveva sentito che il suo sesso non rispondeva come previsto”….  “Era la notte più bella che avesse mai visto”…  “Era l’inizio degli anni Novanta e la maggior parte dei Comuni aveva giunte democristiane o socialiste. Anche i responsabili degli uffici tecnici erano in quota a questo o quel partito”. Non c’è nessuno sforzo di innalzare la lingua dalla corrività dalle formule banali della lingua quotidiana. Così si scrivono i temi alle scuole superiori, così scrivono i loro articoli Rizzo e Stella. Francamente non credo sia voluto, ma anche se lo fosse, il risultato è lo stesso insopportabilmente sciatto. Uno sforzo oltretutto, mi pare, non premiato dalla curiosità di un pubblico che quella lingua parla e che dovrebbe sentire come propria.

Peccato.

Come ho detto, fortunatamente, la mia sembra essere una voce isolata. Il libro ha avuto infatti una buona accoglienza critica, come si può leggere qui https://vibrisse.wordpress.com/2015/06/06/ho-letto-e-ho-pianto/, qui: http://www.lavoroculturale.org/effetto-domino-romolo-bugaro/ e qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/bugaro-leffetto-domino-di-un-desiderio-oscuro/ e quindi gli auguriamo il più grande successo.

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Categorie:letture
  1. 22 agosto 2015 alle 19:13

    In realtà proprio questo “grado zero” mi ha colpito e commosso.

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