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Chi è Maurizio de Giovanni, e perché parlo male di lui?

maurizio-de-giovanniMaurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora, nel 2005 partecipa ad un concorso indetto da Porsche Italia riservato a giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus. Realizza quindi un racconto ambientato nella Napoli degli anni trenta intitolato I vivi e i morti, con protagonista il commissario Ricciardi. Il racconto è la base di un romanzo edito da Graus Editore nel 2006, Le lacrime del pagliaccio, poi riedito l’anno dopo con il titolo Il senso del dolore .  Ha così inizio la serie di inchieste del Commissario Ricciardi.
Così Wikipedia.

Ma chi è davvero Maurizio de Giovanni? Incrociando le (scarse) informazioni in mio possesso sono arrivato alla conclusione che Maurizio de Giovanni è un mostro. Tecnicamente un mostro, cioè un essere costruito in un misterioso e inaccessibile laboratorio nascosto nel ventre di una montagna, frutto di un progetto di ricerca cofinanziato dalla NASA, dal CERN e dal CNR, coordinato dalla reincarnazione del dottor Frankestein.
Chi è davvero Maurizio de Giovanni e perché parlo (relativamente) male di lui?


Non ho nulla contro i suoi romanzi né contro la sua probabilmente meritata fama. Devo confessare che non solo non ho mai letto nulla dei suoi scritti, ma neppure ne avevo mai sentito parlare prima di martedì scorso, quando l’ho ascoltato alla radio, a Fahrenheit, dove presentava il suo ultimo libro. In questa occasione sono venuto a sapere che de Giovanni è uno scrittore di successo. Ha cominciato a pubblicare con Fandango per poi passare a Einaudi Stile libero.
Curioso, però. Che io non abbia letto nulla di de Giovanni ci può anche stare. Ma neppure nessuno dei miei numerosi amici di Facebook, per dire, molti dei quali sono lettori “forti”, scrittori, traduttori. Nessuno lo ha letto, o almeno nessuno ne ha mai fatto cenno, o ha mai confessato di averlo fatto. Nessuno dei miei conoscenti, parenti, amici nella vita reale. Non ho intercettato il suo nome sulle pagine dei giornali. Nulla.
Ma poi l’ho sentito parlare. Ora so chi è.
Maurizio de Giovanni ha raccontato di non aver mai scritto nulla fino al 2005. Non sapeva neppure da dove si cominciasse e che la cosa non lo interessava più di tanto. Ma poi un giorno la folgorazione. Ispirato dall’epifanica apparizione di una sorridente “zingarella”, da assoluto outsider riesce a vincere un concorso di racconti organizzato presso il Caffè Gambrinus, a Napoli, la sua città, e da lì è cominciata la sua seconda vita. Il suo personaggio, il commissario Ricciardo, si candida ad emulare la fortuna letteraria del più celebre commissario d’Italia, Montalbano.

È prolifico de Giovanni. Scrive qualcosa come quattordici romanzi in otto anni, dando vita non solo al commissario Ricciardo, ma anche ad un secondo personaggio seriale, il commissario Lojacono. E non consideriamo i racconti. A sentirlo parlare si ha l’impressione di un uomo dalle idee molto chiare. Nette. Un uomo in grado di dominare come pochi la propria tecnica, il gioco dell’immaginazione. Uno che ha chiaro cosa vuole e come ottenere il meglio dalla sua indiscutibile facondia.
De Giovanni non crede nelle scuole di scrittura creativa. Scrivere è qualcosa che non si insegna. Poi certamente occorre la tecnica. Anzi, a suo giudizio la tecnica narrativa è importantissima. Ma la scintilla creativa quella no, non la si può insegnare. È un dono. E lui lo ha ricevuto.
Quando scrive, ha raccontato alla radio, lui non ha idea di dove andranno a parare i suoi personaggi. No. Sono loro a suggerirglielo. A lui basta stare in ascolto. Al massimo lui può limitarsi a fornire qualche consiglio.
Della stessa specie dei Carofiglio, de Giovanni, narratore dalla penna facile, dall’immaginazione fervida e brillante, a un certo punto deve aver maturato la convinzione di essere anche uno scrittore, uno che ha cose da dire. E’ inevitabile: a un certo punto il bravo narratore medio prova l’ebrezza della fama. E allora, pur mantenendo i piedi orgogliosamente ancorati al mestieraccio che lo distingue dagli intellettuali, decide che è arrivato il momento di trasformare le proprie capacità naturali in un Metodo, un modello. Dispensa consigli, spiega come si fa. Il semplice talentuoso narratore strappa i legacci, si divincola dalle maglie e dal complicato sistema di sensori che lo teneva agganciato al dottor Frankestein e prende il largo.
Ovviamente la responsabilità è di chi glielo lascia credere. Anche di trasmissioni come Fahrenheit che, sebbene con moderato entusiasmo, gli concede venti minuti di cattedra.

Un giorno magari leggerò un libro di de Giovanni e lo troverò piacevole, spero. Non si tratta di questo. Quello che mi ha lasciato interdetto è stata la granitica fiducia in se stesso e nel proprio talento, la quantità di certezze sciorinate senza imbarazzo, l’assoluta mancanza di dubbi, salvo quelli, stucchevolmente retorici, sul destino dei suoi personaggi, come dipendessero da imponderabili contatti medianici che — per fortuna! — lo mettono in comunicazione con un misterioso e generoso universo parallelo.

Non penso sia disonesto. Semplicemente il contrario esatto di un vero scrittore.

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  1. Mario Esposito
    21 agosto 2015 alle 18:32

    Non ti conosco, ma utilizzando i tuoi stessi criteri di valutazione e basandomi solo su questo tuo articolo ti do la mia valutazione: tu non stai tanto bene, ti consiglio di passare da un buon medico, ma non da me.

  2. 22 agosto 2015 alle 10:39

    Ci ho provato. Tutto inutile. Mi sono rassegnato a rimanere così.

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