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Dormono sulla collina, di Giacomo Di Girolamo

Giacomo Di Girolamo, Dormono sulla collina (2015)

dormonosullacollina“A guardare la collina dall’alto, riflette un paese dove non esiste la storia: è stata divorata dal sole. La vita è sciolta da ogni obbligo di possedere un significato,  o una semplice coerenza logica, una narrazione”.

Con queste parole Giacomo Di Girolamo, giovane scrittore e giornalista di Marsala, chiude il suo volume, di oltre mille pagine Dormono sulla collina (Il saggiatore) un libro utile e bello che si fa carico di rimediare al caos, cercando di dare un senso, quantomeno un percorso, alla storia d’Italia, nel periodo racchiuso fra il 1969 e il 2014, facendolo attraverso le voci dei suoi morti.
Morti di morte naturale, di mafia, di terrorismo. Morti di uomini e di donne, di ragazzi (quanti ragazzi negli anni dei terrorismi: studenti, poliziotti), scrittori, poeti e cantanti, ma anche di giornali, trasmissioni televisive o radiofoniche, oggetti, fatti, partiti politici (il PDS, 14 febbraio 1998) morti dimenticati, morti che commemoriamo, morti eroici e morti invano. Ognuno di loro prende la voce il giorno esatto della sua scomparsa, ricevendo e consegnando il testimone da chi è morto prima e a chi è morto dopo, come in una lunga messa in scena ri-evocativa che salva dall’oblio, riscatta da destini avari, restituisce, commuove (il confronto con Spoon River è scontato, ma inevitabile, sin dal titolo, che cita la canzone di Fabrizio De André La collina, che apre l’album ispirato dalle poesie di Edgar Lee Master).

Da Sorelle d’Italia (12 dicembre 1969, le sorelle – purtroppo ricorreranno spesso nel libro – sono le bombe che hanno insanguinato il paese: quelle di piazza Fontana e di piazza della Loggia, e poi quelle di Capaci e via dei Georgofili, e via Mariano Stabile, eccetera, eccetera…) a Una bottega (Pompei, 26 giugno 2014) il libro dà voce e corpo a protagonisti e comprimari di 45 anni di vicende tragiche, emozionanti, divertenti che ci hanno attraversato con il loro portato di tristezza o di mistero: dai Fantasmi di via Fani, a Gianfranco Spighi (qualcuno se lo ricorda? Notaio in Prato, morto il 7 febbraio 1978 in un agguato teso nel suo studio dalle Ronde proletarie), a Giorgiana Masi, a Giuseppe Ciotta, che ebbe il torto di fare, un giorno, da scorta a Gianni Agnelli (ucciso il 12 marzo 1977). Ricordi che affiorano, nomi che indignano e nomi che non dicono nulla: ognuno in prima persona ha qualcosa da aggiungere o da sottrarre alla memoria collettiva.

I brani non superano quasi mai la pagina. Caustici, lapidari, amari, ironici. Qualche volta il selfie si riduce a una o due righe (addirittura ad una sola parola): Due missili spuntati (15 aprile 1986): “Ploff”, dove i missili sono quelli di Geddafi inabissati al largo di Lampedusa; Il teatro Petruzzelli (27 ottobre 1991): “Il tuo rogo, o Norma, è il mio”; Giorgio Perlasca (15 agosto 1992): “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?”. Anche divertenti: l’11 luglio 1982 si ricorda la morte della Germania (ma solo perché l’Italia la sconfisse nella finale dei mondiali di calcio).

Altri sono commenti dolorosi e amari come quello di Roberto Peci (3 agosto 1981), che chiude con una riflessione sul suo assassino: “Giovanni Senzani, invece, oggi è libero: Non si è mai pentito. Partecipa ai festival, fanno dei film su di lui. Vince dei premi”.

I fatti, nudi e crudi, inappellabili, come la morte, diventano pietre che spiegano senza  che vi sia bisogno di usare altre parole. Fotografie nitide che rendono immortale l’attimo, folgorato e consegnato alla memoria in un corteo funebre ricchissimo e straordinariamente vivo.

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Categorie:letture
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