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Inganno, di Philip Roth

Philip Roth, Inganno, 1990

[Le letture del martedì di RdB]

rothCapita che talvolta Omero dorma e dunque si può accettare che anche Roth abbia scritto un libro noioso e inutile. Due amanti clandestini si incontrano. Lui è il solito professore dei romanzi di Roth, questa volta inglese, ma con chiari riferimenti autobiografici, scettico, cinico. Lei parla molto di più, soprattutto delle incomprensioni con il marito. È un romanzo dove Roth ha ridotto a zero la descrizione di esterni, ambienti e stati d’animo, estremizzando una delle cifre del suo stile: i dialoghi serrati. Nelle continue scaramucce verbali il professore vince sempre, fino a scatenare scene d’isteria di lei. Divertente il sogno dello scrittore, dove un tribunale ipotetico lo processa per aver presentato nei suoi romanzi le donne come delle streghe, a iniziare dalle protagoniste del “Lamento di Portnoy”: il professore-Roth reagisce cercando di sedurre il magistrato donna che lo sta interrogando. Tornano, spezzettati, tanti temi cari a Roth – la sinistra radical chic critica con Israele, le difficoltà della separazione della donna dal marito, mentre il professore la irride, il dramma del socialismo reale (questa volta in Cecoslovacchia) – ma il collage non riesce.

Buone vacanze.

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