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Tipo e stereotipo. Il nome del figlio, di Francesca Archibugi

Francesca Archibugi, Il nome del figlio, 2015

Il-nome-del-figlioQual è la colpa da (fingere di) dover espiare? Di cosa devono farsi perdonare (e allo stesso tempo giustificare)? Perché continuare, ossessivamente, a (fingere di) dilaniarsi in questo autodafé (autoindulgente)? Qual è il danno che hanno (o fingono di aver) subito da piccoli?

Stiamo parlando della generazione fra i cinquanta e i sessant’anni. E del loro perverso e irrisolto, immaturo rapporto con la classe sociale che li ha partoriti, vezzeggiati, dato loro voce, volto, potere, quella sinistra radical-chic (gauche caviar, in Francia) che da almeno quarant’anni dà da mangiare a chi ne è parte e a chi la schernisce. Quasi sempre le due categorie coincidono.

terrazzaDa La terrazza (Ettore Scola, 1980) in poi, il côté intellettuale di una certa sinistra italiana si è costantemente prodotto in una sfiancante quanto ipocrita seduta di autocoscienza liberatoria, i cui ingredienti (la Memoria, la Nostalgia, l’Autoironia, la Graffiante Satira Politica, il Riscatto della Cultura) si mescolano producendo un miscuglio dal gusto che fingendosi acido finisce con il diventare quasi sempre mellifluo. Del resto è da lì che scrittori, sceneggiatori e registi provengono. Quello è il brodo di coltura della loro formazione: quello di una borghesia più o meno illuminata, più o meno consapevole dei propri limiti, ma comunque sempre ancorata alla ciambella di salvataggio gettata fortunosamente in mare dalla loro stessa ironia.

Il risultato è quasi sempre un impasto di disprezzo affettuoso, di odio-amore, di rifiuto-accettazione lacerante, sfiancante.

Estremamente interessante, per capire quanta forza abbia questa pulsione sadomasochista negli intellettuali italiani, è la trasposizione del film francese Le prénom (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), realizzata da Francesca Archibugi e Francesco Piccolo.

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Le prénom
è una commedia tratta a da una pièce teatrale ambientata a Parigi, nella quale i protagonisti, fratelli e amici di lunga data, si trovano riuniti in una cena che finirà assai male, a causa dello scherzo innocente di uno di loro, a proposito del nome da dare al figlio prossimo nascituro (“Adolphe” nell’originale, “Benito” in quello italiano), deflagrando in una resa dei conti imbarazzante, non priva di sorprese ed emotivamente destabilizzante.

Fermo restando l’impianto narrativo, le modifiche introdotte da Archibugi e Piccolo sono rivelatrici dell’inesausta urgenza di trattare il tema della propria discendenza socio-culturale.

Protagonisti sono fratello e sorella e relativi coniugi, e un amico d’infanzia di tre di loro (l’intrusa è la moglie del fratello). A fare da sfondo ci sono i genitori dei due fratelli, il padre, morto prematuramente, e la madre, ancora in vita.

Nell’originale francese il padre è un uomo facoltoso. In quello italiano è, deve essere, un ex deputato comunista molto ricco, ebreo.

Nell’originale francese il figlio maschio è un professore di letteratura francese alla Sorbonne, dipinto con una lieve ironia, ma sostanzialmente è quello che si immagina possa essere un professore di letteratura alla Sorbonne: un intellettuale dall’aria piuttosto seria, ma spiritoso, di sinistra. Vive con la moglie e i due figli in un appartamento pieno di libri, tipico, ma senza ostentazione.
il nome del figlioNel film italiano è ancora un professore di lettere dell’università (Locascio, nei mai dismessi panni della Meglio gioventù), ma è un perfetto idiota. Nel film francese è un tipo. In quello italiano un cliché. Gli autori non si limitano a prenderlo bonariamente in giro per i vestiti di velluto a coste; ne fanno il ritratto di un uomo colto sì, ma disadattato, infantile, perennemente con il telefono fra le mani, impegnato a twittare sciocchezze con colleghi evidentemente altrettanto stupidi di altre università. Vive in un appartamento al Pigneto (scenografie avanzate da un qualsiasi film di Ozpetek), irritante per quanto convenzionale. In generale nell’originale i personaggi sono tutti dei tipi, riconoscibili, non degli stereotipi.

La moglie “francese” e quella italiana (Valeria Golino, sempre più convinta di essere un’attrice) si somigliano abbastanza; quella italiana ha una relazione con un collega, professore di matematica. Quella francese no.

Il fratello di lei è un agente immobiliare, arricchito, ignorante e orgogliosamente di destra. Anche in questo caso i personaggi sono abbastanza simili. Più sobrio, quasi grigio quello francese, il cui umorismo pesante e l’ignoranza crassa sono compensati dall’aria distinta dell’uomo d’affari. Nel film italiano è un Alessandro Gassman pirotecnico, gigione, spavaldo: una simpatica canaglia. In questo caso la modifica, seppur sempre connotata come al solito nel senso di una deformazione parodiante e non di un approfondimento psicologico, funziona grazie all’istrionismo di Gassman, simpatico e greve come richiesto dal personaggio. Nel film francese è sposato ad una bellissima dirigente di una Maison di moda. In quello italiano lei diventa una zoticona, (ma quanto sensibile!) borgatara di “Palocco” (non “Casal Palocco”, lì ci stanno le ville dei ricchi), che ha appena pubblicato un best-seller che le ha dato popolarità e che sbatte in faccia al povero professore, che a stento riesce a vendere trecento copie dei suoi saggi (e vorrei vedere). La sua oggettiva presa di distanza dalla snobberia rappresentata dal mondo della famiglia del fratello è l’occasione per sviolinare sul tema “Natura Vs. Cultura”, con strizzatine d’occhio sia a chi la dovesse trovare troppo sempliciotta, sia a coloro che dovessero apprezzarne il fatto di essere così simpaticamente sempliciotta.

Infine l’amico: musicista, suonatore di trombone in un’orchestra, nell’originale; Rocco Papaleo nel derivato. Sensibile, affettuoso, e delicato il primo. Popolaresco, mediocre musicista alle prese con la registrazione di cover di cantanti di secondo piano, il secondo, contraddistinto, per fare un esempio, da un tic linguistico ricorrente (“ciustamente”) che come nei tormentoni degli show televisivi serve a caratterizzare la macchietta. Figuriamoci se in Italia avrebbe mai potuto funzionare un personaggio che suonasse in un’orchestra di musica classica.

Nel film francese non ci sono flash-back; in quello italiano c’è un andirivieni della memoria, sempre pronta a scavare e mitizzare un passato idilliaco, un’estate dorata verso la fine degli anni settanta, in cui tutto è successo ma tutto era ancora possibile, che ha cementato amicizie e amori. Soprattutto nel film francese manca la scena madre di tutti i protagonisti che si esibiscono (come loro stessi da ragazzi) nella canzone della loro gioventù (Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla): il fluido magico della retorica veltroniana, o alla Fabio Fazio, che tutto sana, tutto perdona, tutto lenisce.

E per finire il parto: nel film italiano è autentico. Micaela Ramazzotti dà davvero alla luce il piccolo Virzì e le riprese sono quelle autentiche (probabilmente girate in sala parto dal vero padre-regista): un modo per épater les bourgeois, che così all’uscita hanno qualcosa su cui discettare (ma davvero siamo così brutti quando usciamo dalla pancia della mamma?)

Se la cattiveria fosse stata autentica il gioco sarebbe anche riuscito. Qua e là le battute funzionano. La trama sfocia in un finale abbastanza sorprendente ed efficace (ripreso tale e quale dall’originale). Purtroppo la mania di sottolineare in modo caricaturale ogni possibile narrazione; la lezioncina cecoviana (esplicitata nella non richiesta citazione finale) sulla ambivalenza dei personaggi, sul cattivo che nasconde il suo lato buono; l’inclusione dell’indulgenza plenaria all’interno del meccanismo della confessione e dell’atto d’accusa, e della rivalutazione intrinseca in ogni esperienza vissuta, non importa quanto socialmente e culturalmente nauseabonda, tutto ciò rende il film la solita insopportabile resa dei conti rimandata ad libitum con la propria inadeguatezza, con il proprio non riuscire a fare pace con i propri fantasmi, con la ricorrente testardaggine a considerarsi ombelico del mondo: brutto, colpevole, ma quanto è stato bello esserci.

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