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Dal fantastico al fantasy? Da Basile e Garrone

Il racconto dei racconti_locandinaMatteo Garrone, Il racconto dei racconti, dalle fiabe di Giambattista Basile

Lo re de Roccaforte se ‘nnammora de la voce de na vecchia, e, gabbato da no dito revocato, la fa dormire co isso. Ma, addonatose de le rechieppe, la fa iettare pe na fenestra e, restanno appesa a n’arvolo, è fatata da sette fate e, deventata na bellissema giovana, lo re se la piglia pe mogliere. Ma l’autra sore, ‘nmediosa de la fortuna soia, pe farese bella se fa scortecare e more…”.

“No re, c’aveva poco penziero, cresce no pòlece granne quanto no crastato, lo quale fatto scortecare, offere la figlia pe premmio a chi conosce la pella. N’uerco la sente a l’adore e se piglia la prencepessa: ma da sette figli de na vecchia con autetante prove è liberata…

Cosa rimane delle novelle di Giambattista Basile che hanno ispirato il film di Matteo Garrone, al di là del titolo della raccolta e alle trame, alle quali si è tenuto più o meno fedele? Si può, in qualche modo, mettere a confronto l’operazione di Garrone con quella che fece Pasolini col Decameron di Boccaccio?

Entrambe le opere vanno messe in relazione con il mondo di cui sono espressione (o con il quale entrano in un rapporto dialettico). Il mondo che determinava l’urgenza poetica di Pasolini era quello della post-industrializzazione, dell’omologazione culturale contro la quale egli cercò in ogni modo di contrapporre i valori della veracità del popolare sottoproletario, della naturalità basica dell’essere umano incorrotto, colto prima della mutazione antropologica causata dal progresso, dalla televisione, dalla cultura di massa. Garrone ovviamente si trova a confrontarsi con uno scenario ben diverso. Il suo approccio alle novelle di Basile fa i conti più che altro con modelli culturali (letterari e cine-televisivi) degli ultimi anni: si può recuperare nella nobile tradizione letteraria italiana popolare una radice cólta del genere fantasy? E al dunque: Il racconto dei racconti è un fantasy “all’italiana”?

La scommessa, quale che fosse, riesce solo in parte. Il film ha una sua coerenza narrativa, e la scelta delle tre novelle di Basile (tutte e tre tratte dalla “prima giornata” della raccolta, pubblicata nella prima metà del diciassettesimo secolo con una struttura a giornate come quella boccacciana) mostra una coerenza di contenuto che suggerisce qualche riflessione anche sui nostri tempi. Dalla regina ossessionata dalla maternità e successivamente dall’eccessivo attaccamento al figlio, alla sorella scorticata dalla  gelosia per la sorella magicamente ringiovanita e infine alla principessa andata sposa al bruttissimo e (forse) infelice orco, Garrone insiste (come sviluppando per metafore i temi di reality) su alcuni temi che gli sono cari, come la classica dicotomia essere/apparire, o l’ossessione di giungere a un certo esito, non importa con quali mezzi (nell’episodio della Regina questo è particolarmente evidente, dal momento che nel racconto questo aspetto è del tutto assente).
carnagenews_racconto_dei_raccontiMa i risultati? Il film appare un gioco distante. Perfetto nelle immagini, nei costumi, nelle affascinanti scenografie e locations. Ma la struttura tripartita (le novelle sono raccontate in parallelo con continui salti fra l’una e l’altra senza che vi sia fra loro alcuna intersezione, se non nel finale, dove i destini incrociati dei vari personaggi trovano una sorta di congiunzione) e la cura per il dettaglio rende l’opera una calligrafia fredda e irrisolta (non lo aiuta il fatto di essere doppiato dall’originale inglese). Il tono canzonatorio e popolaresco delle novelle si smarrisce, a vantaggio di un clima cinematograficamente fiabesco e ripulito, senza tuttavia neppure rispettare i canoni del fantasy. Infatti ad essere rimossi sono proprio i momenti più immaginifici, a vantaggio di una narrazione molto più realistica e “verisimile”. Ad esempio nel racconto La cerva fatata la cura contro la sterilità della regina (farle mangiare il cuore di un drago marino) non ha effetto solamente sulla regina stessa e sulla giovane serva vergine che lo ha cucinato, come nel film, ma anche su tutti gli oggetti che le stavano intorno, in una fantasmagoria disneyana ante-litteram: “… tutte li mobele de la casa ‘ntorzaro e ‘n capo de poche iuorne figliattero, tanto che la travacca fece no lettecciulo, lo forziero fece no scrignetiello, le seggie facettero seggiolelle, la tavola no tavolino e lo cantaro fece no cantariello ‘mpetenato accossì bello ch’era no sapore”. Il trionfo della fantasia.

 Nel film, peraltro, mancano i tradizionali agganci su cui canalizzare le emozioni dello spettatore di un fantasy: non ci sono eroi e antieroi, non ci sono cattivi, non c’è la lotta fra il bene e il male, non ci sono streghe, fate e draghi. Anzi. Ci sono, ma come puri comprimari di passaggio. Manca la capacità di sostenere una storia organica e fascinante, come se alla fine si creda sì nell’operazione, ma fino a un certo punto. Come se alla fine il valore, tutto europeo, dell’operazione culturale “intellettuale” sia prevalente sul prodotto cinematografico: che ci saremmo aspettati più coraggioso, più fantasioso, più cattivo, dilaniante e catartico.
Invece il gioco si sfilaccia proprio quando arriva all’epilogo (ad esempio alla fine, alla regina che vuole riportato indietro il figlio che si è allontanato e non si sa più dov’è, si chiede un sacrificio che lei “è disposta a fare”, di cui però nel prosieguo della storia non si ha traccia). E anche se l’ultima inquadratura (un acrobata si regge sul filo infuocato, fermo, proprio al centro del cammino) avvalora l’idea, suggerita durante la narrazione, di un insondabile equilibrio che regge tutte le cose, non sembra sufficiente a garantire all’opera una unitarietà d’intenti profonda, necessaria e duratura.
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Categorie:cinema e film
  1. 2 luglio 2015 alle 09:31

    Grazie per la lettura! Posso segnalarti “Coppie in attesa” su Rai2, docu-reality che racconta le vicende di otto giovani coppie italiane? Stasera ultima puntata: http://tvzap.kataweb.it/news/123103/coppie-in-attesa-lultimo-episodio/

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