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Signorina cuorinfranti, di Nathanael West

Nathanael West, Signorina Cuorinfranti, 1933

[le letture del martedì di RdB]

west Capita ogni tanto di leggere un romanzo che sembra provenire da Marte, da un altro mondo. È il caso di questo piccolo gioiello. La Signorina Cuorinfranti è in realtà un uomo che tiene una rubrica sul quotidiano New York Post-Dispatch. Risponde alle lettere dei lettori, soprattutto di lettrici. Sono lettere terribili. Siamo nell’America della Grande Depressione. Drammi familiari, tradimenti, disoccupazione, violenze, voglia di farla finita. I colleghi di Miss Lonelyhearts gli consigliano di rispondere alle lettere con cinismo. Si distingue il caporedattore Shrike: irridente, provocatore, menefreghista, disincantato, gran parlatore. Ma Miss Lonelyhearts non ce la fa a staccarsi da chi gli scrive, dalle donne che si firmano “Stanca-di-tutto”, “Disperata”, “Cuore-spezzato”, “Delusa-dal-marito-tubercolotico”. Si lascia coinvolgere in una storia con una lettrice e poi … Perché il romanzo sembra venire da Marte? West mischia la leggerezza e l’ambiguità di Fitzgerald nel parlare d’amore con il realismo della descrizione di locali malfamati e delle condizioni di violenza in cui vivono soprattutto le donne (siamo tra Hammett e Chandler). Alterna scene comiche a pagine tragiche; incubi con riti nei quali sono sgozzati agnelli e sogni dove Miss Lonelyhearts costruisce oggetti insensati su una spiaggia. Shrike – sembra “L’Infernale Quinlan” di Orson Welles – lo prende in giro, consigliandogli di rifugiarsi in campagna o nei Mari del Sud o di darsi all’edonismo, all’arte o alla droga, arrivando a proporgli di scrivere a Cristo, iniziando la lettera con “Cara Miss Lonelyhearts delle Miss Lonelyhearts….”. Shrike ridicolizza tutte le ipotesi di cambiamento, di fuga dalla realtà. Un misticismo dei poveri avvolge il libro: la religione può essere la via d’uscita dai problemi dei derelitti ma in fondo nessuno ci crede. Sempre in maniera grottesca si parla di Rinascimento, dei Borgia, dei Fratelli Karamazov, di tomismo, di Bach, Brahms, Beethoven e Shakespeare. E poi c’è la lingua di West, così capace di alternare i toni, di frullare tutto il mondo insieme. Harold Bloom ha esaltato il romanzo, descrivendolo come una farsa tragica, una parodia e iscrivendolo in un filone interpretativo che comprende altre sei opere americane: “Moby Dick” di Melville; “Mentre morivo” di Faulkner; “L’incanto del lotto 49” di Pynchon; “Meridiano di sangue” di McCarthy; “Uomo invisibile” di Ellison; “Canto di Salomone” di Morrison. Si può anche avere qualche dubbio su questi romanzi – naturalmente non su Melville, Faulkner e McCarthy – ma, credetemi, non abbiate incertezze su Miss Lonelyhearths.

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Categorie:letture, riccardo db
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