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Cosa vuol dire essere un ebreo sefardita: il pensiero di Abraham Yehoshua (19 aprile 2015)

[alla conferenza con MaxUtri]

yehoshua1Nel corso del dibattito seguito alla mia recensione del romanzo Giuda di Amos Oz è stata segnalata una conferenza che avrebbe tenuto di lì a poco un altro grande scrittore israeliano, Abraham Yehoshua, presso la Reale Accademia di Spagna a Roma. Ed è stato anche suggerito che qualcuno dei partecipanti al dibattito vi andasse per poi far sapere di cosa si fosse parlato. Un resoconto della conferenza si può trovare a questo indirizzo: http://moked.it/blog/2015/04/20/qui-roma-sefarad-e-lidentita-virtuale/ ma, essendoci stato, ecco le mie impressioni.

Oggetto della conferenza era l’identità sefardita nel tempo e nello spazio. In particolare, si è trattato di una riflessione sulla peculiarità di tale tradizione ebraica spagnola (“Sefarad”, come ha ricordato lo scrittore, è il nome ebraico della Spagna). Cacciati nel 1492 dalla Spagna cattolica, i sefarditi sono infatti riusciti a influenzare profondamente anche gli ebrei non spagnoli distribuiti nell’arco del Mediterraneo. Naturale domandarsi dunque cosa ci possa mai essere di tanto singolare nella tradizione sefardita, e che valori potevano esserci nella penisola iberica da sedimentare così profondamente nella coscienza sefardita (“siete riusciti a espellere gli Ebrei dalla Spagna, ma non la Spagna da dentro di noi”, era il sentimento predominante dei profughi).

Non una curiosità puramente erudita, bensì una domanda molto personale per Yehoshua: “Sono un ebreo laico e senza legami con la Spagna, ma allora come mai mi dico ebreo sefardita?”

Ed ecco la sua risposta. Proprio perché nata in una terra che, per un banale motivo geografico, ha visto la coesistenza di ebrei, cristiani e musulmani, la tradizione sefardita ha via via formato un potente blend di cristianesimo, ebraismo e islam, un’irripetibile simbiosi di identità religiose diverse. È grazie a questo blend che i profughi diffusi nel nord-Africa e poi più a nord, fino in Italia, hanno potuto integrarsi senza eccessivi traumi, convivendo con il credo religioso del luogo di approdo. È come se nel loro DNA fossero presenti gli elementi in grado di favorire una tale integrazione.

Questo è un aspetto a cui non avevo pensato, confesso, e l’idea mi è parsa molto suggestiva. Bella a tale proposito la metafora utilizzata da Yehoshua: la permanenza del gruppo ebraico nella penisola iberica ha fatto sì che si modellasse una specie di “gene culturale”. È questo gene che caratterizza a un tempo l’identità e la forza dei gruppi ebraici sefarditi cacciati dalla Spagna. Sì ma, perché? si chiederà. Il fatto è che – e con ciò arriviamo al fulcro della proposta di Yehoshua – questa forza assente nelle società ebraiche tradizionali si esprime in un caratteristico atteggiamento tollerante, ossia in una non comune capacità di includere l’altro. Infatti, l’altro è in qualche modo già “dentro”, esiste e co-esiste in maniera inconscia. Ecco perché difficilmente tra i sefarditi si troveranno fanatici religiosi, secondo lo scrittore.

Yehoshua ha poi proseguito sostenendo che questa identità mediterranea consolidata dai sefarditi nei secoli offre una delle più originali risposte alla classica accusa che gli Arabi muovono contro lo Stato ebraico, l’accusa secondo cui gli Ebrei sarebbero in fin dei conti estranei alla regione in cui è stato creato lo Stato. “Non siete venuti qui per amore della vostra patria biblica, ma solo perché vi hanno cacciato dall’Occidente: prova ne sia che continuate a guardare all’Occidente, e agli Stati Uniti d’America in particolare”.

Riconosciuto che, tutto sommato, in questa accusa c’è un grano di verità, Yehoshua ha suggerito come sia proprio l’identità mediterranea del popolo ebraico da lui richiamata, quell’identità faticosamente costruita e ricapitolata dalla tradizione sefardita, a offrire una valida risposta all’accusa. È infatti grazie ai sefarditi che “Israele può rappresentare un esempio di stato mediterraneo, né occidentale, né orientale, né medio-orientale”.

Con la conclusione dell’intervento di Yehoshua l’attenzione si sposta, per così dire, dalla teoria alla pratica: una giusta enfasi sull’identità sefardita, sulla matrice geografica unificante rappresentata dal Mediterraneo (un’area in cui popolazioni diverse si spartiscono un paesaggio unitario e, in definitiva, una civiltà) e dai sefarditi così interiorizzata, potrebbe costituire il germe di un progetto politico bell’e buono, un progetto in cui diventa cruciale il ruolo degli intellettuali.

È il tipo di progetto in grado di far uscire la situazione israelo-palestinese fuori dal pantano in cui versa ormai da decenni? Su questo stento a prendere posizione, e mi accorgo che la mente viene sballottata tra la Scilla dell’ottimismo intellettuale e la Cariddi del pessimismo realista.

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  1. 30 aprile 2015 alle 10:07

    Il pensiero di Yehoshua è affascinante, ma trova qualche difficoltà nel riconoscersi con la realtà oggettiva: storicamente, nel trentennio successivo alla creazione dello stato di Israele, circa dal ’48 fino alla guerra del Kippur e all’invasione del Libano, è stata l’intellighenzia ashkenazita, da Weizmann a Rabin e Shimon Peres, che ha tenuto le posizioni più morbide e di apertura nei confronti della popolazione palestinese, mentre i sefarditi erano piuttosto rappresentanti della linea intransigente. Questo potrebbe essere legato ad un approccio ashkenazita più intellettuale, nella tradizione europea, contro un’impostazione sefardita più pragmatica, tipica di chi è vissuto nel mondo orientale. In seguito questa differenziazione si è attenuata, con entrambe le tradizioni rappresentate nell’uno come nell’altro schieramento.

  2. 3 maggio 2015 alle 08:46

    L’efficace sintesi di Massimo mi fa venire in mente che questa particolare concezione del ruolo dell’ebraismo sefardita, rispetto ad altre componenti dell’ebraismo, Yehoshua l’aveva già parzialmente adombrata in quello che, a mio parere, è il suo più bel romanzo: “Viaggio al termine del millennio” uscito in Italia nel 1998. Nell’estate del 999, il ricco mercante ebreo Ben-Atar salpa da Tangeri alla volta di Parigi, all’epoca una sperduta cittadina nel cuore di un’Europa selvaggia e distante dalla cultura e prosperità iberica e mediorientale. Lo scopo del viaggio è ritrovare l’amato nipote e socio in affari Abulafia. Il loro rapporto è stato interrotto a causa delle critiche rivolte alla bigamia di Ben-Atar dalla nuova moglie di Abulafia, una vedova ebrea ashkenazita di Worms. Con Ben-Atar viaggia, oltre alle sue due mogli, il dotto rabbino Elbaz (non a caso andaluso), che ha il compito di convincere la devota e rigida moglie di Abulafia della legittimità della sua situazione familiare. A Parigi avranno luogo due processi: uno davanti ad ebrei semplici e privi di cultura che vedrà prevalere le tesi di Elbaz, l’altro, con giudice il rabbino ashkenazita più dotto di Worms, che avrà esito opposto. Nei due processi i diversi modi di vivere l’ebraismo, i differenti codici di comportamento si confrontano e confliggono e il giovane Abulafia sintetizza il disagio di chi (tutti noi!) si trova coinvolto nello scontro fra Nord e Sud, fra Occidente e Oriente. Il conflitto insanabile troverà poi una parziale e simbolica conclusione di dolore e morte.
    Rispetto all’oggi, in me prevale il pessimismo. Non credo che cultura e intellettuali possano avere un ruolo significativo nella soluzione dei problemi di quell’area. C’è stato un periodo in cui ebrei e palestinesi della Cisgiordania e di Gaza (il milione e quattrocentomila arabi cittadini israeliani sono un’altra cosa) hanno vissuto un intenso processo di relazioni e incontro, non solo politiche ma anche umane e culturali (con un ruolo importante svolto proprio dagli intellettuali) che hanno fatto sperare seriamente nella pace: dal 1993 (il primo incontro Rabin Arafat) fino al 2000 (summit Barak, Arafat Clinton). Ma il rifiuto da parte palestinese della proposta di accordo e l’inizio della seconda intifada (quella dolorosissima dei kamikaze, per intenderci) ha scavato un solco profondissimo, a mio parere non più colmabile. Per come la vedo io, anche se un domani la politica troverà una soluzione, questa non sarà basata su una reale riconciliazione fra i due popoli (per la quale il ruolo della cultura e degli intellettuali sarebbe fondamentale), bensì sui rapporti di forza fra le classi dirigenti, scambi territori, compromessi al ribasso, nel quadro di una latente ostilità. Una pace senza “anima” insomma… ma vista la situazione attuale mi accontenterei anche di questa, meglio una pace senz’anima che la guerra!

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