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Mia madre, di Nanni Moretti / 2

NanniMorettiMiamadreNon penso di essere la persona più indicata per parlare dei film di Nanni Moretti. Infatti, per motivi casuali, generazionali, ambientali e culturali, in qualche modo io posso considerarmi il suo orizzonte d’attesa di elezione. Non è né un merito né una colpa: nulla di cui vantarsi. E’ un fatto, non esclusivo, che immagino coinvolga un certo numero, piuttosto ampio, di persone fra i cinquanta e i sessant’anni, romane, e in particolare di una certa parte della città, con determinate idee politiche e passioni (il cinema, ovviamente). Questo fa sì che io entri nei suoi film in un modo quasi intimo, il che giustifica anche il tono personale di questa recensione. Non c’è film di Moretti nel quale io non ritrovi qualcosa di estremamente familiare. Il che mi pone nei loro confronti con una predisposizione positiva che potrebbe nuocere all’osservazione critica. Mia madre non fa eccezione. Che film è Mia madre? E’ certamente un film, come i precedenti, sull’inadeguatezza di vivere. Tutti i film di Moretti parlano di questo: da Sogni d’oro a Bianca a La messa è finita. Ne La stanza del figlio, Habemus papam e in quest’ultimo il tema viene messo proprio al centro della scena, ben illuminato e affrontato in un corpo a corpo quasi impudico. Ho sempre trovato estremamente efficace questo suo partire da sé, in un modo così spudorato, per arrivare al “noi”. Efficace perché coinvolgente, perché vi si legge chiaramente una richiesta, un’apertura di credito, perché si tratta di una confessione che non vuole restare chiusa nelle proprie motivazioni, ma che si pone ogni volta come un momento di riflessione collettiva: politica (Palombella rossa, Aprile, Il caimano) o personale (Caro diario, La stanza del figlio e quest’ultimo). Il tutto senza ricatti morali, moralistici e/o sentimentali. Personalmente ho trovato meno riuscito proprio La stanza del figlio, quello che gli ha dato il massimo del successo internazionale (Palma d’oro a Cannes), proprio perché mi è parso che la proposta di condivisione fosse inaccettabile (in senso letterale), così spaventosamente cupa, gratuita, dolorosa, eccessiva, insopportabile (sempre in senso letterale). E non risolutiva (se non in parte). In Mia madre Nanni Moretti trova invece una via d’uscita al dolore. La sua messa in condivisione dei propri imbarazzi esistenziali, della propria inadeguatezza, questo suo monologo, impaziente di trasferirne i presupposti in uno spazio di condivisione emotivo attraverso un passaggio lacerante ma pro-positivo, trova lo sbocco più impensato in un film che nasce da un dolore privato stavolta reale (laddove La stanza del figlio era quasi un esorcismo scaramantico, apotropaico, una presa di distanza dalla paura della perdita) che gli serve non per piangersi addosso, o per suscitare un dolore generico; ma per parlare di sentimenti semplici quanto universali e profondissimi. Moretti continua ad utilizzare la lente problematica delle proprie nevrosi e le consuete idiosincrasie (attribuite non per caso alla protagonista femminile del film e non al suo), ma senza usare lo stratagemma di fingere di combatterle per nutrire in realtà il proprio egocentrismo. L’obiettivo qui è di svelare il contesto positivo nel quale sono cresciute e crescono e si può provare a neutralizzarle. Il film non parla tanto della morte di una persona amata, quanto della cura per una persona amata, preziosa e morente. Parla del valore della famiglia non come istituto sociale, ma come collettore di sentimenti non “buoni”, ma “veri”, e parla della difficoltà e appunto della inadeguatezza che ognuno (non solo nannimoretti) può aver sperimentato nei confronti della vita e dei propri affetti.

Mia madre 1
E lo fa con una delicatezza e un tono in minore che rende la materia vivida e commovente in un modo nuovo, maturo (lo supporta magnificamente la fotografia morbida e intensa di Arnaldo Catinari). Il personaggio interpretato da Nanni Moretti (il fratello della regista-Margherita Buy) è la proiezione della parte migliore di sé (di ciascuno di noi): incoraggiante, solido, affettuoso, anche lui con le sue brave nevrosi, ma non represse. E’ la regista-Buy-Moretti a soffrire da sola la propria incapacità di esprimersi affettivamente, ma è assistita (anche lei, come la madre) dal fratello, dalla figlia, dall’ex marito, dall’ex compagno: una rete di protezione che pur non dicendole molto (salvo l’ex compagno, che la mette esplicitamente di fronte ai suoi limiti) la aiuta a dirimere i nodi che imbavagliano la sua libertà di essere figlia, regista, donna, mamma. Lo stesso capita all’attore americano apparentemente viziato, narciso e bugiardo come tutti gli attori (John Turturro, assolutamente straordinario), il quale non vuole altro, in realtà, che essere incluso, accettato e sanare la frattura che apparentemente a causa del suo carattere impossibile lo ha diviso dalla troupe, e dare senso alla vita falsa che si trova quasi costretto a vivere a causa della sua professione (e che ci regala, fra parentesi, momenti esilaranti): “Take me back to reality!” implora esasperato e furente, facendosi carico, narrativamente, di esprimere ciò che la regista non è in grado di capire e accettare fino in fondo.
Mia Madre 2
Tutto questo viene raccontato con l’esattezza dei dettagli, la consueta, per Moretti, capacità di indugiare su ciò che sembrerebbe inessenziale, marginale, accessorio, ma che è proprio ciò che dà spessore, densità alle emozioni, rendendo lo spettatore compartecipe dei sentimenti messi in scena (come nei film precedenti non poteva mancare il momento-canzone, qui ad esempio è la bellissima, semplicissima scena della figlia della regista che impara ad andare sul motorino compiendo un’interminabile – secondo i tempi cinematografici correnti – lentissime, sempre meno impacciate circonvoluzioni attorno ai suoi genitori, che fermi ognuno ai margini di un’immaginaria ellissi, vengono aggirati dalla ragazza che li utilizza come punti di riferimento per il suo addestramento, come tessendo intorno a loro un’invisibile ragnatela).
Così la fine della Madre non è tragica. E’ dolorosa. Insopportabile (per la nipote, più che per i figli, è una violenza inconcepibile), ma non tragica. E’ un film che non chiede nulla allo spettatore e non gli impone nulla. Non mette in gioco una forza catartica né obbliga ad autocoscienze. Però nel suo mettersi in gioco, anche in modo autoironico, ci fa sentire chiamati a confrontarci con la propria capacità, o incapacità, o fortuna, o fatica di essere prossimi al dolore di chi ci sta vicino.
Già pubblicato sul Bollettino d’Arte News-art.it
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  1. 30 giugno 2015 alle 20:10

    Sono finalmente riuscito a vedere il film di Moretti. Mi è piaciuto (per questo scrivo sotto il post di Ezio e non di RdB). In queste settimane ho sentito diversi pareri sul film. Secondo alcuni pareri contrari, si tratta di un film lento. Proprio non riesco a capire perché questo dovrebbe essere un tratto negativo (ammesso, e non concesso, che questo film sia lento): cosa dovremmo dire allora di certe sequenze di Sergio Leone? Secondo altri Moretti si ripete, e in questo film non ci sarebbe nulla di nuovo. Anche qui, il punto è capire “come” uno si ripete (ammesso che in questo film Moretti ripeta temi e modi di precedenti film): anche Fabrizio De André si è molto ripetuto (“idee poche ma fisse”, usava celiare). Il tema della differenza tra la generazione dei figli e la generazione dei genitori è certamente affrontato da Moretti sin da “Ecce Bombo”, così come il tema della “sua” differenza rispetto alla maggioranza della generazione a cui appartiene. Ma in questo film la prima differenza acquista per la prima volta una coloritura nuova: se prima entrambe le generazioni venivano viste con severo occhio critico che evidenziava debolezze e contraddizioni, adesso la generazione dei genitori spicca per un invidiabile atteggiamento positivo e sano nei confronti della vita, dei suoi valori, delle sue bellezze. E la seconda differenza in qualche modo si annulla, indebolendo alquanto l'”io” in favore del “noi”.
    Film bello, intenso, equilibrato, e con alcune scene di irresistibile comicità. Ben recitato, da tutti tranne che (come al solito) da Moretti.

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