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Un piccione che aspetta Godot

Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, di Roy Andersson (2014)

Un piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenzaIl piccione del titolo pare essere quello di un famoso quadro Bruegel, Cacciatori nella neve, anche se a dire il vero nel dipinto i piccioni sono tre, appollaiati sui rami secchi di un albero. Osservano, indifferenti, lo scorrere della vita sotto i loro occhi. Dell’opera di Bruegel nel film di Andersson (vincitore dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, 2014) non c’è solo la presenza ideale del piccione che osserva senza giudicare (come potrebbe?), ma anche il tono glaciale e spento di una non-ora qualsiasi in un inverno qualsiasi, senza sole, senza ombre.

Ma non è Bruegel l’unico riferimento pittorico del film. Anzi. Più del maestro olandese il film richiama con le sue insistite, ossessive geometrie più l’arte rinascimentale italiana (i pavimenti a scacchi, linee di fuga diagonali che attraversano letteralmente ogni inquadratura) ma contiene anche rimandi al Giudizio universale di Hieronymus Bosch, a Otto Dix, alla desolazione diHopper, a rimembranze surrealiste. Il “piccione” di Andersson è un film dai colori stinti, la macchina da presa immobile e personaggi che come in un teatro dell’assurdo entrano ed escono dalle scene ripetendo come un disco incantato (c’è, in una scena, un disco incantato) la propria insignificante battuta.Il film si compone di tableaux vivants in cui la situazione messa in scena sembra sempre contenere una stridente contraddizione fra ciò che è e ciò che sembra. Come se significante e significato abbiano smarrito il codice che li vincola in una coerente espressione comprensibile. La frattura tipicamente produce una situazione paradossale, o uno scarto emozionale, o una sorpresa, comunque risulta quasi sempre divertente, anche se custodita in un alone algido e irreale.
In ogni “quadro” l’effetto di straniamento indotto nello spettatore è generato dal “sentimento del contrario”, il quid da cui nasce l’umorismo (non la comicità) secondo Pirandello: dalla morte improvvisa in una tavola calda, dal tono malinconico di due tristissimi rappresentanti di giochi per bambini, dalla nostalgia di un uomo che ha inutilmente amato un ricordo per tutta la vita. E così via.

L’altro meccanismo (altrettanto tipico) con il quale Andersson ritrae l’assurdità della vita (e della morte) quotidiana, è quello della ripetizione. I personaggi reiterano le loro azioni e pronunciano le loro battute nello stesso identico modo con la stessa identica stanca prosodia per tutto il film (“Sono contento di sentire che state bene” ripetono tutti al telefono, a prescindere da quello che stanno facendo – inclusa la vivisezione di una scimmia). I due improbabili rappresentanti di giochi per carnevale (ne hanno solo due: i denti da vampiro extra-lunghi e la maschera di “Zio dentone”) come automi offrono di continuo i loro prodotti a potenziali clienti in verità del tutto indifferenti alla loro mercanzia, in una evidente reincarnazione di Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot.
Vivono in una specie di pensionato squallidissimo e litigano fra loro come una coppia di anziani coniugi che ha esaurito l’affetto, ma con la voglia di recuperare il rapporto. La loro non è semplicemente tristezza, e neanche disperazione: sono l’incarnazione del male di vivere, che non ha ragioni, non ha cause, né consapevolezza.
un piccione seduto sul ramo, 1
In questa che potremmo definire un’auto-rappresentazione della mancanza di senso (giacché la voce dell’autore è presente unicamente per dichiarare che di fronte all’insensatezza del vivere non vale la pena neppure porre il problema: l’insensatezza si mette in scena da sé) credo non sia corretto ridurre la portata metafisica di ogni episodio a metafora o simbolo di qualcos’altro.
Il grottesco irrompere all’interno di un bar del re Carlo XII di Svezia a cavallo non può certamente essere interpretato solo alla luce di uno scontato antimilitarismo; così come la scena onirica (forse la migliore del film) in cui uomini  e donne di colore vengono fatti entrare in una specie di uovo rotante che piano piano si surriscalda fino a causare inevitabilmente la morte di coloro che vi sono entrati non è semplicemente un’allegoria della violenza razziale dell’uomo sull’uomo; e così come le sevizie sulla scimmia “crocifissa” nella più assoluta nonchalance è molto più che una metafora di ben altra crocifissione: la lettura di questi, come di tutti gli episodi/quadri del film, si offrono allo spettatore innanzitutto come segno dell’assurdo di ogni cosa, dalla mancanza di senso, anche del senso critico. Niente può essere giudicato se la forma con cui si presenta è così lontana dal suo significato. Non c’è mai alcun segno di indignazione, né di cordoglio, né di empatia: lo sguardo fermo del piccione non permette di prendere posizione (altro che quella dell’osservatore). L’identificazione con lo sguardo dell’autore/piccione non lascia alcun margine critico neppure allo spettatore, che non può far altro che condividerlo, come se fosse egli stesso un elemento della scena, irretito all’interno di linee di fuga che lo risucchiano dentro una profondità insondabile.
piccione 3
E’ evidente che accusare di “freddezza” l’operazione di Andersson è pura tautologia. Tuttavia se un difetto si può trovare in un’opera così formalmente rigorosa è proprio quello della struttura anaforica, ossessiva, che spiazza, disturba, fa sorridere o talvolta ridere, ma che alla lunga non disegna dinamicamente alcun arco emotivo, lavorando per accumulo di elementi che non sono altro che varianti dell’unico Grande Nulla.
Il film potrebbe non finire mai, dal momento che qualsiasi cosa, vista con lo sguardo stupito e un po’ ebete del piccione può soddisfare ad libitum l’assunto del film (nulla ha senso, tutto è nulla). E difatti il film in sostanza non finisce. Nell’ultima sequenza alcune persone alla fermata dell’autobus parlano del fatto che è mercoledì, anche se qualcuno pensava fosse già giovedì. E si capisce che potrebbero continuare a farlo a lungo.
[già pubblicato nel Bollettino d’arte News-art.it]
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Categorie:cinema e film
  1. Grazia Caruso
    25 aprile 2015 alle 00:12

    Roma eterna, eterno Rossellini

    Riemergo ora dalla visione di “Roma città aperta”. Sono circa cinquant’anni che lo vedo periodicamente riproporre in televisione.Gran parte della formazione storica e cinematografica della mia giovinezza è nata da quelle immagini. E si è rafforzata su certi romanzi ormai dimenticati di Malaparte. Meno male che oggi quell’Europa dilaniata sembra un paradosso irripetibile.Ma il film resta un capolavoro.E’ una sintesi asciutta del Dolore.Ha l’intensità di una tragedia classica.C’è una tensione etica che diventa insopportabile, raggiunge una climax che rimane senza catarsi.E’ un testo senza perdono, assolutamente laico.Mi sono tornate alla mente certe sequenze finali di “Stromboli”: l’evocazione di Dio ne sottolinea il silenzio, l’assenza. Sembrano infinite le letture possibili: un film storico. Una testimonianza etica sul senso del martirio. Una ricerca spirituale insoluta. Una metafora della guerra come male assoluto.

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