Home > letture > Estrai un oggetto dalla tasca e inizi a raccontare una storia

Estrai un oggetto dalla tasca e inizi a raccontare una storia

lotharHo letto uno di seguito all’altro due romanzi che hanno molti punti in comune: La melodia di Vienna di Ernst Lothar (1948, titolo originale: Der Engel mit der Posaune, letteralmente L’angelo con la tromba, tradotto in italiano per E/O da Marina Bistolfi) e Un’eredità di avorio e ambra di Edmund De Waal (2010, titolo originale: The Hare with Amber Eyes, cioè La lepre dagli occhi di ambra, tradotto per Boringhieri da Carlo Prosperi).hare de waal

I punti in comune sono rappresentati da alcuni avvenimenti storici che vi vengono raccontati: Vienna, l’impero Absburgico, la prima guerra mondiale, l’avvento del nazismo, la questione ebraica, il tutto all’interno di una saga familiare. Ma i punti in comuni, grossolani, macroscopici, finiscono qui. Infatti, mentre La melodia di Vienna è un romanzo di fiction pura, Un’eredità di avorio e ambra è quello che al cinema o alla televisione chiameremmo “docu-fiction”, un viaggio nelle memorie della eccezionale famiglia dell’autore. E mentre il romanzo di Lothar è un gradevole passatempo poco impegnativo e raramente emozionante, un’opera liscia, morbida malgrado i fatti tragici che vi sono raccontati (infatti la pubblicità lo presenta come il “Downton Abbey di Vienna”), quello di De Waal è invece un libro intenso ed emozionante.

A prima vista quindi sembrerebbe che la differenza più evidente (fiction/realtà) sia l’elemento discriminante: la realtà raccontata parrebbe avere una forza narrativa ed emotiva maggiore della fantasia. Ma non è esattamente così.

Entrando più nel merito dei contenuti non è difficile accorgersi che quello che veramente fa la differenza è la capacità di fare uso dei dettagli. Curiosamente Lothar, scrittore professionista e uomo di teatro, e per di più testimone quasi oculare, comunque contemporaneo dei fatti che racconta, non sembra del tutto in grado di fare entrare il lettore interamente dentro le scene che racconta. I suoi personaggi si muovono all’interno della Grande Storia come tanti Zelig che si trovano, non si sa come, immortalati in fotografie accanto ai grandi personaggi (il Papa, Hitler) prendendone in qualche caso le sembianze. Non che siano raccontati in modo superficiale o sciatto. Hanno una loro consistenza e li sentiamo in qualche modo vivi. Tuttavia Lothar non riesce a sottrarsi ad un errore molto comune, la “Sindrome dell’Espresso Formato Lenzuolo”: il tipico difetto di molti film italiani nei quali, per sottolinearne l’ambientazione negli anni sessanta, puntualmente viene mostrato un personaggio, principale o di contorno, che legge l’Espresso in formato quotidiano, così come veniva pubblicato allora, mentre sullo sfondo sfreccia una 1100 FIAT (immancabilmente).

Alla Sindrome dell’Espresso Formato Lenzuolo si associa inoltre il deprecabile “Effetto Meglio Gioventù”, dal noto film di Marco Tullio Giordana, nel quale i personaggi si trovano ad intersecare i Grandi Avvenimenti della Storia, come fossero inevitabili stazioni di una lunghissima laica Via crucis di cui diventano immancabilmente co-protagonisti. Espediente che rende le loro esistenze semplici exempla ficta utilizzati dall’autore per raccontare la Storia attraverso il loro tramite.

Lo stesso avviene nel libro di Lothar: la bellissima Henriette ha una relazione con il figlio dell’imperatore, lo sfortunato Rodolfo, che si suiciderà nel 1889 insieme alla sua amante, certamente non per il doloroso rifiuto della stessa Henriette, come è raccontato nel libro. E così via: all’università incontriamo non un professore qualsiasi, ma il dottor Freud, l’orchestra all’opera è inevitabilmente diretta dal Maestro Gustav Mahler, il ragazzo introverso che prova a entrare all’Accademia di Belle Arti si chiama Adolf Hitler. In questo modo la vicenda della famiglia Alt diventa alla lunga un espediente, un semplice apriscatole funzionale a raccontare qualcos’altro, di molto più grande ma allo stesso tempo molto più generico.

Nel libro di De Waal, che scrittore professionista non è (è un noto ceramista) la Grande Storia c’è, eccome. Ma il suo viaggio alla ricerca delle origini di una straordinaria collezioni di netsuke (piccolissime sculture tradizionali giapponesi scolpite utilizzando di norma l’avorio o l’ambra – da qui il titolo) che ha ereditato da uno zio, ci fa entrare nel mondo scintillante e un po’ inquietante di una grande famiglia di ricchissimi banchieri ebrei (quanto i Rothschild, per capirci) la cui storia di prosperità, successo, ambizioni artistiche e culturali si è frantumata con l’avvento del nazismo. Da Odessa a Vienna, a Parigi, a Tokyo: anche nel libro di De Waal la Storia entra fra le pagine in modo ingombrante e preminente (e per certi versi quanto mai istruttivo). Eppure De Waal riesce a farci entrare dentro i palazzi della famiglia Ephrussi come fossimo precisamente lì. Attraverso documenti, ritagli di giornali, diari, ogni tipo di documentazione di cui sia riuscito di entrare in possesso, il mondo degli Ephrussi è raccontato in modo vivido, esatto. L’attenzione che De Waal dedica ai particolari deriva direttamente dalla stessa perizia con cui più o meno ignoti artigiani giapponesi del XVIII secolo realizzavano i netsuke. La stessa delicatezza di tocco, la stessa precisione. “Estrai un oggetto dalla tasca, lo posi davanti a te, e inizi. Inizi a raccontare una storia” (pag. 386).hareambereyes-netsuke22_lg

La Grande Storia che necessariamente entra nelle pagine del libro è sempre giustificata dalla necessità reale di raccontare la verità. Ma quello che rende L’eredità un libro più attraente ed emozionante della Melodia, non è dato dalla quantità di “vero” di cui è fatto. Ma dalla capacità di trasfigurare il vero storico in verità narrativa. Quello che conta in un libro, e di conseguenza nell’esperienza di lettura, è precisamente questo: la percezione della verità narrativa. Che non è detto che debba per forza corrispondere alla verità reale (anche se non è detto che debba prescinderne: forse, addirittura, non può prescinderne anche se si parla di fantascienza). Deve però essere coerente con la materia raccontata, e deve colpire ragione, immaginazione e sentimento nella stessa misura. E non c’è strumento più efficace, a garanzia che la verità narrativa appaia tale, dell’uso del dettaglio, dello scarto, dell’insignificante, dell’elemento povero e casuale. Ecco, nel libro di Lothar, non tutto, ma troppo sembra essere, invece, non casuale, ma causale.

Anche quello è un libro è pieno di “verità”. Le verità abbondano. Ma la miscela che ne risulta è debole, fiacca. Come in una maionese venuta male le due parti mal si combinano insieme, così che la verità narrativa ne risulta compromessa. Risulta chiaro che quello che sembra essere davvero urgente è raccontare la verità vera. Ma per quello ci sono altri strumenti più efficaci. Il romanzo deve scavare più in basso, si deve sporcare le mani, deve guardare attraverso il buco della serratura, senza provare vergogna, senza avere l’ambizione di raccontare di un oggetto insignificante, grande pochi centimetri, come un netsuke.

Annunci
Categorie:letture
  1. antonietta sammartano
    31 marzo 2015 alle 16:18

    Naturalmente sono d’accordo. Non avevo sviscerato così tanto i motivi per cui avevo apprezzato di più L’eredità.., ma avevo colto in quello di Lothar questo miscelarsi di vero e di inventato che non mi appagava. e poi in DeWaal c’è un mondo, quello francese vicino a Proust, che è proprio nelle mie corde. Grazie.

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: