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Il Principe, di Machiavelli

Machiavelli, Il Principe (1513)

[le letture del martedì di RdB]

machiavelliChiedo scusa al lettore perché ho letto “Il Principe” come si legge un romanzo, senza nessuna lettura preliminare. Ho preso spunto dall’anniversario dei 500 anni dalla pubblicazione. Avevo di Machiavelli il ricordo scolastico dei tempi del liceo. Ho cercato di avvicinarmi al testo senza farmi influenzare dall’accezione che l’aggettivo machiavellico ha ormai assunto. Bertrand Russell definiva “Il Principe” un trattato per gangster. Si tratta di un giudizio sciocco. Nel Regno Unito Machiavelli era amato già nel XVI secolo, insieme a Giordano Bruno e Pietro Aretino (ne ha parlato Michele Ciliberto sul Corriere della Sera il 7 agosto 2014). Mi limiterò a quelli che mi sembrano i tre messaggi principali del libro.

1. Se vuoi la pace prepara la guerra. Il primo tema dominante è la necessità per un principe di dotarsi di un esercito forte. Il principe non deve basarsi né sui mercenari, che combattono solo per i soldi, né sugli ausiliari, vale a dire su forze alleate che possono essere fornite da uno Stato vicino in caso di bisogno. Anche gli ausiliari finiscono per fare i propri interessi, come i mercenari. Quindi ogni principato deve basarsi su un suo esercito di cittadini.

La guerra fredda degli anni Cinquanta si resse su una corsa al riarmo. Ognuna delle due parti si convinse che l’altra era troppo forte per essere attaccata. Questa strategia di riarmo è stata teorizzata da due esperti della teoria dei giochi, Aumann e Schelling, che hanno ricevuto il Premio Nobel per l’economia nel 2005. Schelling è autore di un libro, “La strategia del conflitto” (1960), considerato tra i primi 100 per importanza di tutto il Novecento. Di recente Aumann ha reso omaggio al detto di Vegezio “si vis pacem para bellum”. Il concetto è spiegato in termini cristallini da Machiavelli. “Debba dunque uno principe non avere altro obietto né altro pensiero né prendere cosa alcuna per sua arte fuora della guerra e ordini e disciplina di essa, perché quella è sola arte che si aspetta a chi comanda … Debba pertanto mai levare il pensiero da questo esercizio della guerra; e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra…” . L’arte della guerra è l’unica di cui il Principe debba occuparsi.

2. Realismo, realismo, realismo. La politica non c’entra nulla con la morale, è una scienza a se’. Il principe non deve essere un criminale ma non può sempre fare professione di bontà, perché soccomberebbe, dato che il mondo è pieno di persone che non sono buone. Il principe dovrebbe essere sia amato sia temuto. Essendo difficile raggiungere entrambi gli obiettivi, è molto più sicuro essere temuto che essere amato. Gli uomini sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori; fuggono davanti al pericolo e sono avidi di guadagni. Fanno promesse al principe ma sono pronti a tradirlo se le circostanze lo richiedono. E gli uomini hanno meno paure a colpire il principe che si faccia amare che il principe che si faccia temere. Ci sono due modi di combattere: l’uno con le leggi; l’altro con la forza. L’uomo combatte con le leggi, le bestie combattono con la forza. Ma le leggi talvolta non bastano. Perciò è opportuno che un principe sappia usare sia l’uomo sia la bestia. Del resto Achille aveva come allenatore il centauro Chironte, che era appunto metà uomo e metà bestia! Il principe dovrebbe essere pietoso, fedele, umano, onesto, religioso. Ma gli uomini sono malvagi e quindi il principe è “spesso necessitato, per mantenere lo stato, a operare contra alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione”. Il principe non deve discostarsi dal bene ma, se è necessario, deve saper varcare la soglia del male.

3. L’appello a Lorenzo de’ Medici per salvare l’Italia. Il capitolo finale contiene il famoso appello a Lorenzo, affinché prenda le armi per riscattare il difficile momento che vive l’Italia. Dal 1494, con la discesa di Carlo VIII, re di Francia, la vita politica italiana è dominata dagli stranieri, soprattutto dalle grandi monarchie spagnola e francese. L’Italia è senza capo, senza ordine, battuta spogliata, lacera, saccheggiata, e ha sopportato rovine d’ogni tipo. Gli italiani sono superiori come forza, destrezza e ingegno. Ma quando si passa agli eserciti, sfigurano. Negli ultimi anni quando c’è stato un esercito tutto italiano, “sempre ha fatto mala pruova”. E’ necessario preparare nuove armi per potersi difendere con la virtù italica dagli stranieri. Machiavelli si rivolge a Lorenzo de’ Medici. Lui può essere il salvatore d’Italia, mettendosi a capo di un esercito e liberando il paese dal “barbaro dominio”. Non c’è niente da aggiungere perché, come abbiamo studiato al liceo, questo capitolo sarebbe diventato un piccolo manifesto durante il nostro Risorgimento

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Categorie:letture, riccardo db
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