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Boyhood, il primato della vita

boyhood, locandinaRichard Linklater considera il cinema un’estensione della vita. Questo vale per molti autori, si dirà. Ma nel caso di Linklater, forse il più europeo fra i registi americani di oggi, questa non è solo l’affermazione di un’estetica, ma proprio un modo di lavorare. In Boyhood (candidato nelle categorie miglior film e miglior regia all’oscar 2015) viene portato alle estreme conseguenze il progetto già sperimentato e condotto a termine con la “trilogia del Prima”, come si potrebbe chiamarla, tre film (sono stati definiti, a ragione, rohmeriani) girati nel corso di diciotto anni (dal  1995 al 2013) con i medesimi protagonisti (gli attori Ethan Hawke e Julie Delpy) seguiti nel corso della loro intermittente, lunghissima relazione:Before sunrise, Before sunset e Before midnight.

Boyhood racchiude l’esperimento in un unico film, un’unica storia: così il ragazzo del titolo appare bambino all’inizio del film (otto anni) e ci lascia ormai adulto (diciannovenne); e con la sua ovviamente osserviamo la  crescita di tutti i componenti della famiglia (la sorella, nella vita la figlia del regista), la mamma (Patricia Arquette) e il padre (di nuovo Ethan Hawke).

Il film racconta episodi di diverse epoche della vita di questa normalissima famiglia americana: due ragazzi che si sposano troppo giovani, la separazione, due figli che ne soffrono, le difficoltà della crescita, i secondi e terzi mariti di una mamma che per qualche pulsione profonda non riesce a fare a meno di trovare uomini aggressivi dai quali non ricava che frustrazioni. E malgrado questo riesce a coronare il sogno della vita (insegnare all’università). L’educazione dei figli non è semplice, ma procede come per chiunque, tra alti e bassi, fallimenti e prove superate. Il ragazzo, sensibile, introverso, ma per nulla intimorito dalla vita, perfettamente a suo agio fra i suoi coetanei, aspirante fotografo, riuscirà ad attraversare il guado simbolico di ogni ragazzo americano: l’abbandono della casa per il college.
La storia è volutamente povera. E’ semplicemente la vita. I lunghi dialoghi fra i ragazzi e il padre, nei giorni in cui spetta a lui averne cura, sono fatti di nulla eppure resistono sul filo sottilissimo che impedisce di classificarli come “banali”. La verità distillata dalla quotidianità messa in scena riscatta, sublimandola, la voluta semplicità.

boyhood, 1(1)L’espediente della ripresa effettuata nel corso del tempo, poi, con il procedere del film diventa un elemento quasi imprescindibile, elemento stesso della fabulazione. Viene ad instaurarsi con lo spettatore un rapporto totalmente nuovo e “rispettoso”. Non gli viene chiesto di credere all’usuale finzione di un personaggio interpretato da attori diversi, a seconda dell’età. Una concessione che lo spettatore fa volentieri, ma che in qualche modo lo mette in una posizione di sudditanza rispetto al cinema. Il quale impone le sue leggi cognitive che noi siamo tenuti a rispettare.
In questo caso la realtà non viene addomesticata per rispondere alle regole della finzione filmica. Non si comprime in un ristretto spazio di tempo per compattarsi in un racconto con regole sue proprie. La vita entra a pieno titolo nel cinema, vi esonda in tutta la sua semplicità e sincerità, mettendo in mostra i chili di troppo, le rughe, la crescita, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza senza trucco, senza inganno.

Tutto questo flusso esistenziale si dipana all’interno della pellicola imponendo le sue regole (l’assenza di drammaticità, di colpi di scena, di svolte narrative forzate). Con Boyhood s’infrange dunque la supremazia dell’arte sulla vita, in questo tuttavia regalando al cinema una nuova chance di esserne il migliore testimone possibile.

[già pubblicato sul Bollettino d’arte News-art.it]

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Categorie:cinema e film
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