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Suttree, di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Suttree, 1979

[le letture del martedì di RdB]

cormacmccarthySuttree è il viaggio americano al termine della notte.

L’umanità di Suttree. Cornelius Buddy Suttree abbandona moglie e figlio e va a vivere su una casa galleggiante sul fiume. Siamo a Knoxville, Tennessee, nel 1951. Il padre aveva avvertito Suttree: posso dirti dove trovare la vita. “La vita è nei tribunali, negli affari, al governo. Nelle strade non succede niente. Nient’altro che una pantomima composta da impotenti e casi umani”. Per tutta risposta Suttree sceglie le strade. Vive pescando e vendendo pesci gatto e carpe al mercato. I suoi amici sono poveri, spesso senza tetto, vagabondi, sbandati, alcolizzati, neri e bianchi. Il più giovane di loro, Harrogate, il topo di campagna, finisce in carcere per strambe abitudini sessuali con i cocomeri. E’ un mondo di malattie, di cadaveri abbandonati nel fiume, di risse, di grandi sbronze, di mendicanti, di dormitori pubblici, di dormite in macchine, di botte nelle prigioni e fuori, di ospedali e manicomi, di morti di bambini, uomini e anziani, di scontri violenti dentro e fuori le famiglie, di puttane, di pescatori di molluschi di fiume, di ricordi di vite fallite e inutili. McCarthy, nel raccontare le storie di questi derelitti, rispetta la dignità di ognuno di loro. Qui sta la differenza con Celine. C’è una dignità nel predicatore laico, nel pescatore di tartarughe, nel ritirare le lenzi, nel vendere macchine usate, nel riparare le reti, nel costruirsi un’imbarcazione. Nel suo girovagare Suttree si innamora due volte. Se non piangerete nel leggere delle sue due storie, beh, vi assicuro, non avrete mai bisogno di un trapianto di cuore. E McCarthy riesce perfino a farci sorridere con le avventure comiche di Harrogate.

La lingua. I dialoghi sono secchi, senza virgolette, come McCarthy ci ha abituato. Ma scordatevi “La strada” (2006). A un’umanità distrutta, fa da contraltare una natura ritratta con toni barocchi, come in “Meridiano di sangue” (1985). La cura del lessico è maniacale nella descrizione  di piante, animali e oggetti. Leggerete di scisto, caprifoglio sommacchi, fitolacca, tarabuso, scirpi, kudzu, idiofono, egretta, rascia, lisciviazione, malva, rosticcio, efemera, ittero, zipolo, pterodattilo, cimmeri, cuspidina, ematite, coproliti, mucronate, flangiate, flange, ditole, silt, ferzo, picee, uose, isotropi di calicò, lamprede, cotiloide, argironete, sciuridi, gheriglio, oscillum, amaurotici, falasco, geena, istoplasmosi, sepiolite, aneroidi, gherlino. McCarthy sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda. È una lingua sontuosa, come ha già scritto Ezio in questo blog (https://blogsenzaqualita.wordpress.com/2010/04/16/suttree-di-cormac-mccarthy-il-canto-della-poverta/).

La morte e Dio. Un Dio invisibile, uscito dal Vecchio Testamento, punisce senza perché. Un cenciaiolo chiede a Suttree di seppellirlo quando arriverà la sua ora, offrendogli un dollaro di ricompensa, e si interroga sulla morte. Suttree gli chiede se crede in Dio. Il cenciaiolo risponde “Può darsi. Ma non vedo perché lui dovrebbe credere in me. Oh, mi piacerebbe parlarci un attimo, se potessi … Credo che gli direi semplicemente: Aspetta un secondo. Aspetta un secondo prima di darmi addosso. Prima che tu apra bocca vorrei solo saper una cosa. E lui direbbe: Che cosa? E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo in questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente. Suttree sorrise: E lui cosa credi che dirà? Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. Non credo che possa rispondere, disse. Non credo che ci sia una risposta”.

I personaggi di Suttree si chiedono perché vivono. Nell’ultima pagina del romanzo, McCarthy risponde che l’unica risposta è nella fuga dalla morte “Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili. Come consigliava Gadda agli aspiranti scrittori, ognuno dovrebbe porsi l’obiettivo di scrivere una frase con una sola parola (in inglese si tratta di due parole, fly them). A proposito, complimenti alla traduttrice Maurizia Balmelli, che ha saputo rendere in italiano l’inglese di McCarthy, le sue frasi aperte, infinite. Sui problemi di traduzione di Suttree potete leggere una bella intervista alla Balmelli (http://rivistatradurre.it/2011/04/mau-balmelli/).

I sogni e gli incubi. Suttree può essere avvicinato ai vagabondi di Mark Twain, a Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Ma, oltre allo stile, Suttree ha incubi, sogni, vedute magiche che lo legano ad altri ambiti. Siamo vicini alla tradizione dei racconti fantastici dell’Ottocento europeo e a Edgar Allan Poe. Suttree sogna di Atlantide e di mostruosi cortei medievali, beve pozioni di orrende streghe, ancora popolari nel povero Sud americano degli anni Cinquanta del Novecento. È un mondo di deliri, accoppiamenti mostruosi, visioni alla Blake, non si sa se ambientate nella preistoria o alla fine dell’universo.

Suttree è alla pari dei capolavori di Faulkner. Un Mezzogiorno americano pieno di violenza, sudore, fatica, sofferenza, disperazione e morte. Ma McCarthy ha assorbito altre culture, altre lingue (dai suoi viaggi in Europa e negli Usa? Dai suoi studi all’Università del Tennessee? Dalla sua esperienza di vita militare?) e le ha mischiate insieme per consegnarci un’opera che è ai vertici della letteratura americana del Novecento (per avere un’idea del suo mondo cfr. il sito “Searching for Suttree”, curato da Wes Morgan http://web.utk.edu/~wmorgan/Suttree/suttree.htm).

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