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Maps to the stars, di David Cronenberg

maps-stars-68541Destino curioso per l’ultimo film del grande regista canadese David Cronenberg, Maps to the stars. Presentato a Cannes nella primavera scorsa vincendo con la protagonista Julianne Moore il premio per la migliore interpretazione femminile, uscito in Italia a ridosso del festival (passando peraltro quasi inosservato registrando incassi trascurabili), non è ancora stato distribuito negli Stati Uniti (dove dovrebbe uscire a febbraio 2015).

Peccato. Perché Maps to the stars è un film inquietante e brillante, corrosivo e amaro, disturbante, che forse sconta una freddezza (calcolata peraltro) eccessiva e un distacco (necessario) che impedisce allo spettatore sia di solidarizzare che di “antipatizzare” con alcuno dei personaggi. Un film di rapporti bruscamente interrotti o troppo stretti, di disorientamento, di distanze incolmabili, di realtà impalpabili, di cose, affetti, persone, dinamiche sociali il cui senso ha una densità o insostenibile o quasi nulla. Soprattutto, come quasi sempre nei film di Cronenberg, un film che fa del grande rigore formale una chiave interpretativa e non semplicemente una scelta di stile.

Cronenberg torna a parlare di psicanalisi, come nel precedente A dangerous method, nel quale ha raccontato la complessa vicenda dell’amicizia tra Freud e Jung agli albori del metodo psicanalitico. In Maps to the stars la corsa sembra essere arrivata al termine. E’ trascorso circa un secolo e la psicoanalisi sembra non poter produrre altro che una sua parodia ridicola e totalmente inefficace.

maps-to-the-starsSiamo a Hollywood, il paradigma della falsificazione. Havana Segrand (Julianne Moore), attrice ansiosa, al limite dell’isteria non ha ancora fatto i conti con il proprio passato: la madre, grande attrice a sua volta, figura ancora ingombrante, è morta in un incendio in circostanze poco chiare. Havana è in lizza per intrepretarne il ruolo in un film indipendente, un remake di uno dei suoi film di maggiore successo. Vuole, assolutamente vuole quella parte. Vuole essere sua madre.
Il suo psicanalista, un ciarlatano vanesio e di successo (John Cusack) è padre di Benje, ragazzino viziato, star del cinema, che da piccolo ha subito le attenzioni particolari della sorella, tragicamente concluse, anche qui, con un incendio che ha sfigurato lei e reso lui, già viziato per la precoce popolarità, sufficientemente nevrotico (ha alle spalle un periodo di riabilitazione dall’abuso di droghe).
Il fuoco, dunque, l’elemento con la forza simbolica più complessa, luogo della passione e della repressione, della forza vitale e della paura. Il fuoco è la chiave del passato che pesa, irrisolto. Due lati oscuri che si incontrano, coincidenze che si annodano: l’attrice assume come assistente personale la ragazza (senza sapere che si tratta della figlia del suo analista), appena uscita da un lungo periodo di detenzione in un ospedale psichiatrico e tornata a Los Angeles con una sceneggiatura da scrivere (tutti a Los Angeles hanno una sceneggiatura da far leggere e un sogno da realizzare) e per cercare di recuperare il rapporto con la famiglia, in particolare con il fratello, al quale lo lega un rapporto morboso modellato su quello dei loro genitori. Per orientarsi si procura la mappa della città con gli indirizzi delle star (da qui il titolo): non più persone, ma attrazioni turistiche della città non-luogo per eccellenza.

Al centro, a margine, tutto intorno, c’è Hollywood, nel suo cinismo e la sua pacchianeria (non ci viene risparmiata neppure la scritta eponima sopra la collina). Ma è come se contenitore e contenuto non avessero alcun rapporto di interscambio. Le inquadrature isolano i personaggi dal loro contesto e da loro stessi. C’è una assoluta predominanza di primi piani, i dialoghi sono per lo più risolti con campi e controcampi, e solo raramente troviamo i personaggi racchiusi all’interno di una unica inquadratura. Gli esterni, tranne la citata scritta, non sono identificabili in alcun modo, si rimane quasi sempre chiusi dentro interni senza personalità. Lo stile severo, fatto di piani staccati e improvvisi, lenti carrelli in avanti quasi sempre verso il vuoto, disegnano uno spazio asciutto, immobile, in totale contrasto con il mondo raccontato.

E’ come se i protagonisti di questo insulso falò delle vanità siano perfettamente simbiotici alla meschinità che li circonda, ma se ne difendano scavando abissi nei quali sprofondare senza tuttavia essere in grado di prenderne le distanze criticamente (nessuno, in effetti, è in grado di rinunciarvi), ma semplicemente implodendo nei loro drammi talmente archetipici da risultare anch’essi privi di una loro identità. Sembra impossibile che tutti costoro possano provare davvero dolore, gioia, empatia. La madre del giovane attore e della ragazzina incendiaria è l’unica che sembra avere un cedimento emozionale (chiama ripetutamente ed enfaticamente, “bambino mio, bambino mio” il figlio – ormai adolescente – che si è cacciato nei guai, stringendolo al petto in lacrime), ma anche per lei il tempo è scaduto e neppure lei può sottrarsi al destino del fuoco punitivo.

In questo contesto di finzione e di ruoli, di fantasmi, apparizioni che non riescono neppure ad essere inquietanti nella loro sciatteria, in questo trionfo del nulla, ciò che resta, ciò che ha la forza di essere “vero” è il ribaltamento di ogni valore consolidato e accettato: la natura incestuosa che fa da sfondo a tutte le storie. Il mito per antonomasia, il nodo profondo della civiltà. I due fratelli lo suggellano incarnandosi simbolicamente nei loro genitori, scambiandosi i loro anelli, continuando a scavare l’abisso.

[pubblicato sul Bollettino d’arte News-art.it]

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