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Interstellar, un film intimista

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Ci sono due tipi, fondamentalmente, di detrattori di Interstellar, di Christopher Nolan. Coloro che sostengono che l’apparato scientifico, o para-scientifico che sostiene la trama del film è pieno di falle, incongruenze e inutili spiegoni; e quelli che al netto di tutto ciò sostengono che è proprio la storia che non regge, risultando in definitiva una grossolana dichiarazione di fede nelle forze soprannaturali, di un miracolismo falsamente decorato con i lustrini della scienza che si presta, quale utile idiota, a un sentimentalismo new age tipicamente americano.

Alla prima obiezione c’è poco da replicare. La forza evocativa di un film di fantascienza prescinde ovviamente dal suo minore o maggiore grado di plausibilità. Altrimenti, dopo dieci minuti di Viaggio allucinante, tanto per fare un esempio, ci alzeremmo dalla poltrona chiedendo indietro i soldi del biglietto.

La seconda obiezione è più articolata ma a mio modo di vedere altrettanto errata, e spesso espressa in modo ideologicamente livoroso.

Solo alcuni punti di riflessione (che ovviamente contengono abbondanti dettagli sulla trama del film, quindi fate attenzione). Cooper (Matthew McConaughey), pilota della NASA a riposo (all’inizio del film lo troviamo nei panni di un agricoltore) è una specie di reincarnazione del Tom Joad di Furore di John Steinbeck. La polvere che distrugge i raccolti sembra spinta dallo stesso vento; entrambi gli eroi si mettono in viaggio per assicurare un futuro: in Steinbeck alla famiglia, qui all’intera umanità. Un viaggio epico in entrambi i casi, durante il quale egoismo e spirito solidale si combattono aspramente su fronti contrapposti. Non è il caso di spingersi oltre nel parallelismo. Furore è opera realista e di potenza simbolica Ottocentesca, in cui la denuncia sociale e un certo umanesimo fatalista rivestono un ruolo prevalente. Interstellar è un prodotto della cultura del XXI secolo, in cui alle rivendicazioni sociali, di classe o semplicemente individuali causate dalla Povertà, si contrappongono paure generiche, generalizzanti che abbracciano l’umanità intera, divisa fra un enorme grado di conoscenza acquisita e un basilare problema di sopravvivenza.

interstellar1Come ogni eroe che si rispetti Cooper deve superare le Prove. Deve Errare (nel senso di viaggiare e di sbagliare), ma sempre con un obiettivo salvifico da raggiungere. In compagnia della Bella (la dottoressa Brand, figlia dello scienziato che ha progettato il lungo viaggio) e di una piccola ciurma, Cooper ha il compito di trovare il pianeta con le condizioni più simili a quelle della terra per trasportarvi lì quel che resta dello stremato genere umano. Non dando retta alle intuizioni della scienziata, che avrebbe fatto cadere la sua scelta su un pianeta solo perché lì, in avanscoperta, come parte della missione “Lazarus” c’era andato l’uomo che amava (e che alla fine risulta essere, guarda caso, proprio quello giusto), Cooper decide di indirizzare la navicella spaziale verso quelli che si riveleranno pianeti quanto mai inospitali (il pianeta dell’acqua e il pianeta del ghiaccio. Su quest’ultimo, l’esploratore che li aveva preceduti, il dott. Mann (uomo), aveva ripetutamente lanciato messaggi tendenti a far credere che quello fosse il pianeta giusto. Ma l’Uomo è per natura ingannatore ed egoista. Il piano di Mann era solo quello di impossessarsi della navicella per fare ritorno, lui solo, sulla terra. I calcoli inviati per dimostrare l’abitabilità del pianeta, tutta una balla.

L’umanità, sembra dirci il film, avrà garantito un futuro solo a condizione di convertirsi, e porre la conoscenza al servizio della generosità e dell’amore. Una conoscenza che trascende perfino se stessa, mettendosi in gioco con la dimensione dell’ignoto, con coraggio e apertura del cuore.

L’amore in questione, più di quello dell’Eroe per la Bella (Anna Hathaway), è quello fra un padre e una figlia  (Murph, come la legge di Murphy, che, letta da Cooper in chiave positiva, è la speranza che se qualsiasi cosa può accadere, accadrà), e il canale di comunicazione fra loro passa attraverso una grande libreria, il luogo della trasmissione del sapere per eccellenza, una biblioteca “parlante”, attraverso la quale si instaura una comunicazione decisiva per la sorti dell’umanità. Una comunicazione che supera le barriere del tempo e dello spazio, dal momento che a comunicare con la ragazza non è un ”fantasma”, come lo chiama lei, e non sono nemmeno strani individui alieni (“loro”) ma semplicemente il padre che, dopo varie avventure che lo hanno lasciato solo, con la Brand in salvo e tutti gli altri morti, ha avuto il privilegio di viaggiare nel tempo e giungere in un mondo in cui i limiti bidimensionali dello spazio-tempo in cui siamo costretti noi uomini del presente sono stati superati e da lì, attraverso un affascinante e onirico “dietro le quinte” può lanciare messaggi usando il vecchio alfabeto Morse, utilizzando il ticchettio di un banale orologio che le aveva regalato prima di partire.interstellar2 Il momento dell’Epifania, in cui la ragazza finalmente capisce che a comunicare con lei è il padre è come se fornisse non solo la chiave interpretativa per risolvere il problema delle sopravvivenza dell’umanità, ma l’essenza stessa di un rapporto d’amore (bisognerà pure capirlo che non è che un contenitore metaforico): l’empatia, il legame profondo, misterioso e ancestrale di un padre e una figlia si svela per quello che è: un dialogo in una lingua cifrata, che non conosce gli ostacoli del tempo e dello spazio, intimo e apparentemente irrazionale, fondato su un amore assoluto, reciproco, duraturo, che affonda nei ricordi, nel tempo condiviso, nella tenerezza, nel non detto, nel rancore, nelle fratture e nella loro ricomposizione, nella perdita e la riconquista. Di questo parla Interstellar. Non c’è alcun disegno trascendente (il film ne è clamorosamente privo: il mondo di Interstellar non prevede divinità di alcun genere), nessun Discorso sui Massimi Sistemi. L’uomo ne è al centro ma non come un elemento della Storia dell’umanità (ogni confronto con 2001 Odissea nello spazio è inutile e pretestuoso, e se il film presenta, come è quasi naturale, delle citazioni al capolavoro di Kubrick, sembra quasi che sia per una forma di omaggio reverenziale, non per una pretesa sequela ideale).

E’ uno dei protagonisti, il dottor Brand, a dire: “L’amore è l’unica cosa che siamo in grado di percepire che trascende il tempo e lo spazio”; l’amore diventa una “grandezza misurabile”, in grado di condizionare le scelte e di cambiare il corso degli eventi.

Possibile che tre ore di film costosissimo, di viaggi interstellari, di rovesciamento dei paradigmi tradizionali della conoscenza, di svelamento del mistero delle teorie di Einstein coniugate con le teorie della meccanica quantistica siano semplicemente finalizzati a parlarci dell’amore fra un padre e una figlia (o, generalizzando, fra genitori e figli)?

Ma questo è precisamente quello che sa fare in modo straordinario il grande cinema americano: coniugare in un intreccio solidissimo il meravigliosamente grande e l’universalmente piccolo; raccontare l’intimità di una relazione attraverso l’immaginifico e lo spettacolo archetipico, parlare attraverso metafore di Concetti Assoluti ridotti alle proporzioni di una lancetta di orologio.

[già pubblicato sul Bollettino di notizie dal mondo dell’arte News-art.it]

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