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Sulla bellezza (in particolare su una vecchia fotografia)

morettialeA bocce ferme un paio di riflessioni sull’infelice intervista di Alessandra Moretti di cui si è tanto parlato. Cominciamo dalla fine.

“le donne, come gli uomini, vanno giudicati non per il proprio aspetto fisico, ma per le qualità che riescono ad esprimere. Ci sono due eccessi, quello che obbliga le donne a ricorrere ad atteggiamenti maschili per essere accettate e poter competere con gli uomini o quello dove le donne fanno della bellezza la loro unica arma per ottenere favori concessi dagli uomini. Due modelli entrambi maschilisti”.

Parole di buon senso pronunciate dalla stessa Moretti (non riportate, mi pare, con la stessa evidenza, ma è comprensibile) in risposta alle moltissime critiche ricevute specie per quel rivendicare uno stile (l’ormai celebre ladylike – ci possiamo giurare, l’anno prossimo ce lo ritroveremo sul Nuovo Zingarelli), da parte soprattutto dalle donne, perfino da Mara Carfagna (“E’ uno schiaffo in faccia a tutte quelle persone che fanno i conti con un’Italia in recessione da sette anni, e che sicuramente non sono interessate a modelli femminili che la politica presume di dover proporre”). Parole di buon senso che tuttavia non diminuiscono l’impatto simbolico e dirompente delle prime.

La risposta più ripresa dai canali “social” è stata quella di Celeste Ingrao in un post pubblicato sul blog EssereSinistra: non eravamo “signore”, ma eravamo “belle”. E a commento del testo una fotografia (presa, se ho capito bene, dalla pagina Facebook Soffia ancora il vento, uno spazio che trovo nostalgico in un modo francamente imbarazzante – e lo posso dire forte, visto che parla anche di me, dei miei anni settanta e ottanta).

La foto è questa:

femministe

 

Secondo me la foto è scelta male, poi dirò perché. Ma è utile perché mi permette di fare l’ultimo passo indietro e ripiombare sull’intervista di Alessandra Moretti.

Moretti, rivendicando il suo essere ladylike non ha detto nulla di clamorosamente offensivo. Ha messo in evidenza un dato di fatto, in un modo non ipocrita ed esplicito.  Il suo errore più macroscopico credo sia quello di aver contrapposto lo stile ladylike a qualcos’altro, creando una linea di demarcazione fra un prima e un dopo, per rivendicare con orgoglio un’evoluzione, come se lo stile incarnato da lei, Boschi e Madia sia un approdo positivo dopo anni di oscurantismo e di depressione estetica e sociale.

Certo, molto è cambiato. Io ne conosco parecchie di donne che, certamente di sinistra, curano per varie ragioni in modo particolarmente evidente il loro modo di essere, di vestire, di proporsi al mondo. Si piacciono, non lo fanno certo con secondi fini, lo fanno e basta, ma certamente lo fanno. E scelgono forme certamente diverse da quelle del passato (il tacco dodici, la pettinatura sempre curata, la scollatura più o meno esibita). Il che non ci dice nulla su ciò che sono in grado di esprimere intellettualmente o professionalmente. E’ un un semplice dato di fatto. Trent’anni fa sarebbe stato impensabile, ma non per via di una presunta “mortificazione”. Era così. La bellezza aveva altri modi di esprimersi. La differenza fra queste persone e Moretti è che loro non tematizzano il loro modo di essere. Non lo rivendicano, non lo antepongono a nulla, non lo contrappongono a nulla, incarnandolo e basta.

E veniamo alla fotografia. Vi si vedono chiaramente otto volti di donna. Otto visi bellissimi. Non di quella bellezza intuita, rivelata dal carattere, o da una scelta di vita, da una passione, dalla lotta. Non una bellezza trasfigurata, indotta. No. Sono otto visi bellissimi. Otto ragazze belle né più né meno di Alessandra Moretti o della Boschi.

Perché questa fotografia mi ha inquietato? Me lo sono chiesto per qualche giorno. Mi sembrava che ci fosse qualcosa che stridesse, nella sua funzione anti-morettiana. Qualcosa non mi tornava. C’era qualcosa che tirava dalla parte delle parole dell’eurodeputata del PD. Come se la utilizzare questa bellezza anni settanta desse in qualche modo ragione alla Moretti. Come se la bellezza fosse comunque un valore preminente e premiante, un messaggio forte e in qualche modo discriminante. Una fotografia contraddittoria: come se io mi fossi aspettato, a corollario del ricordo di Celeste Ingrao (“Alcune fra di noi erano belle, molto belle, altre carucce, alcune bruttine”; “… eravamo diverse e in questa diversità stava la nostra bellezza e la nostra ricchezza di donne”), una foto più compromessa con la realtà variegata e non fotogenica che sta intorno a noi. Come se mi aspettassi di dover rintracciare in quei volti lontani una sorta di bellezza dell’anima. Come se l’obiezione più sensata alla Moretti avesse dovuto essere: la bellezza non è un valore. Come se l’orgoglioso proclama “siamo state bellissime” non fosse da intendersi alla lettera.

Perché nella foto ci sono invece solo ragazze belle? (mancano le “carucce” e le “bruttine”) Sembra quasi un falso. mai68Una ricostruzione. Come la Marianna del maggio parigino che poi si è scoperto essere un’indossatrice e musicista (Caroline De Bendern il suo nome)  in posa per un amico fotografo (qui la sua storia – cliccare sulla foto per un bell’ingrandimento).

E se non è un falso (come penso) allora che messaggio ci lancia? La bellezza era ed è comunque un valore? Al dunque la realtà, quando diventa messaggio, deve essere veicolata secondo canoni precisi? E questi canoni sono maschili? Perché, al dunque, una foto scelta come emblema (e scelta da una donna) è una foto così caratterizzata dalla bellezza?
Certamente quelle ragazze, come dice Ingrao, non ponevano il tema dell’essere belle o meno al centro del dibattito, si limitavano ad esserlo, punto e basta. A me pare tuttavia che resti un problema aperto, ingombrante. “Siamo state bellissime”: quindi ora non più? Quindi la bellezza è bellezza?
Il fatto che quella foto lo confermi (come la “Marianna” del maggio sessantotto) non potrebbe significare accettare un compromesso mediatico ed essere la spia di un atteggiamento ancora non completamente libero?

 

 

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