Editori a perdere

La domanda è semplice: un editore, un piccolo editore, può permettersi di non pagare o sottopagare (più spesso non pagare) i propri collaboratori pur di sopravvivere? Fa differenza se l’editore pubblica libri di qualità oppure no?
E un editore, un medio-grande editore può permettersi di limitare al minimo sindacale le tirature di un libro che sta riscuotendo attenzione e riconoscimenti quasi unanimi da parte della critica perché “c’è la crisi”?

Federico Di Vita, giovane scrittore e saggista esperto del mondo editoriale italiano (suo Pazzi scatenati, Tic Edizioni,  pamphlet brillante e documentatissimo sulle malefatte della piccola editoria specialmente romana), sulla pagina Facebook dell’editore Voland lamenta pubblicamente il mancato pagamento per una prestazione redazionale risalente a più di un anno fa. Nei commenti prevalgono quelli di solidarietà. Escono allo scoperto i traduttori, soprattutto, e in genere quel popolo di valorosi semi-volontari delle professioni intellettuali che senza vedersi corrisposta mai nessuna forma di retribuzione, con passione e (probabilmente) eccessiva generosità in pratica fanno loro tutto il lavoro.
Ma ci sono anche i distinguo, di coloro che vogliono premiare la sincerità degli sforzi dell’editore in questione di pubblicare libri di qualità e di non facile distribuzione (anche se Voland ha trovato la sua personale america traducendo tutti i libri della Nothomb).

E’ lo stesso ragionamento, in pratica, che porta avanti la proprietaria della casa editrice, Daniela Di Sora (in un’intervista pubblicata qui; le sue risposte sul social network erano state molto sbrigative, per non dire decisamente offensive): c’è la crisi, noi facciamo il nostro lavoro, e per continuare a farlo ci tocca darci delle priorità, così abbiamo scelto di pagare i collaboratori fissi, poi i traduttori (esce fuori la traduttrice che afferma, non smentita, di aspettare da 3 anni di essere pagata) e infine, se rimane qualcosa, i collaboratori esterni. Ma qualcosa non rimane mai per i collaboratori esterni.

L’obiezione è fin troppo semplice: è etico assegnare un lavoro ad un collaboratore esterno già sapendo che non lo si pagherà mai, negandogli questo piccolissimi dettaglio in modo da indurlo a lavorare con la speranza/illusione di essere (perfino) retribuito? E’ sufficiente il proprio pedigree culturale? E’ sufficiente dimostrare, bilanci alla mano, che i soldi sono finiti, in Italia “non paga nessuno” (falso), non legge nessuno, che l’alternativa è dichiarare fallimento?
Ci sono molti modi per sostenere una casa editrice cui si è affezionati per evitarne la chiusura (comprare i suoi libri, diffonderli fin che è possibile nelle proprie cerchie di amici e così via). Sicuri che fra questi ci sia anche il non pagare i propri collaboratori, senza avvertirli di questa “eventualità” (per non dire “certezza”?).

Un altro lato della medaglia. C’è un libro di cui si parla ovunque: se n’è parlato a Fahrenheit, a Pagina 3, he ricevuto un inaspettato del tutto gratuito endorsement da parte di Jovanotti, sui giornali (su Tuttolibri della Stampa ha riscosso gli elogi incondizionati di Angelo Guglielmi), e così via. Il libro è Il superlativo di amare di Sergio Garufi. Purtroppo se andaste a cercarlo nelle principali librerie lo trovereste con moltissima difficoltà. E’ esaurito? I lettori hanno fatto incetta delle copie e si sta aspettando la ristampa?

No. L’editore ne ha stampate un numero di copie molto basso (cosa vuole, c’è la crisi…). L’editore, per la cronaca è Ponte alle Grazie, non un “piccolo editore romano”, ma un editore del gruppo Mauri Spagnol (GeMS), un colosso dell’editoria italiana di cui fanno parte Longanesi, Garzanti, Vallardi, Guanda, Corbaccio, Tea, Nord, Salani e appunto Ponte alle Grazie. Non solo. Messaggerie Italiane, uno dei principali distributori sul mercato, ne è l’azionista di maggioranza con il 73% delle azioni. Eppure se andaste in una libreria di una grande città del nordest vi risponderebbero che ci vogliono 8-10 giorni per riceverlo.
Certo, c’è Amazon, e ci sono gli e-book. Questo lo so io che sono un lettore “forte”; lo sapete voi che siete sufficientemente “in” da non spaventarvi di fronte a un kindle, ma se lo pensasse un editore sarebbe paradossale. Il canale preferenziale della vendita di quei pochi libri che si acquistano in Italia resta ancora la libreria. Il libro che non si trova in libreria è un libro morto, un libro che non esiste. Gli editori evidentemente preferiscono sfornare cadaveri (è più conveniente), e magari guardare con aria infastidita al successo imprevisto di un loro scrittore (di cui non ci si ricorda neppure il nome giusto è il titolo del primo libro di Garufi – come racconta lo stesso autore in questo divertentissimo articolo sul suo blog). Salvo poi, vestiti i panni dell’imprenditore (intellettuale per di più) partecipare con sussiego all’ennesimo dibattito del Forum del Libro sulla crisi della lettura nel nostro paese. Sono le regole del gioco della cancerosa catena editoriale che parte dal distributore (il vero dominus dell’industria editoriale – in questo caso distributore ed editore coincidono: pazzesco), passa per l’editore e arriva al libraio. Un libro come Il superlativo di amare non vale nulla, non è un buon affare pubblicarne altre copie e mandarlo nelle librerie. Non è quello che i librai devono vendere. Che interesse hanno?

Le due storie si tengono. La medaglia è la stessa. Il minimo comune multiplo è l’ipocrita pressapochismo, l’incompetenza, la mancanza di coraggio, il non capire nulla di mercato. Imprenditori che non sanno dare valore al lavoro, né a quello degli altri né al proprio. Una deriva suicida che non prevede, nella sceneggiatura, nessuna fine drammatica per i protagonisti. La loro ciambella di salvataggio è già gonfiata. E nessuno che gli intimi al telefono: salite a bordo, cazzo.

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