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Proto-scrittori

2_job_casesI premi letterari. Bisogna dargli importanza? La stessa domanda vale per l’Oscar, e per il Premio Nobel. Cosa ci vogliono dire? In altre parole: i premi fissano un canone? E se sì, di che genere, di che livello? Concorrono a definire una metrica del gusto dominante?

Prendiamo il Premio Campiello, uno dei due più noti riconoscimenti letterari in Italia (l’altro essendo ovviamente il Premio Strega). Chi ha vinto il Campiello negli ultimi anni? Mazzantini, Murgia, Molesini, Riccarelli, Abate. Se andiamo a qualche anno fa, agli esordi del premio, i nomi sono Primo Levi, Giuseppe Berto, Mario Pomilio, Ignazio Silone, Giorgio Bassani, Mario Soldati, Mario Tobino… Un canone, senza dubbio.

Quest’anno il premio è andato a Giorgio Fontana, con Morte di un uomo felice (Sellerio). Giorgio Fontana ha 33 anni, un ragazzino, secondo i parametri della gerontocrazia letteraria italiana. E che libro è il suo?

Morte di un uomo felice è la storia, raccontata su due distinti piani temporali, di un destino parallelo, quello di un padre, giovane partigiano fatto fuori dai fascisti ai tempi della repubblica di Salò, e del figlio, giovane magistrato alle prese, agli inizi degli anni Ottanta, con il terrorismo “rosso”. Che fine farà il magistrato è già detto nel titolo.

Ma non è solo il destino del giovane magistrato Colnaghi ad essere già detto. Un po’ tutto il libro è già detto. Uno scrittore è uno che gioca con le parole. Le mette insieme, fa nascere qualcosa che non c’era prima, che non si era mai visto prima, che non si era mai sentito prima. Inventa le parole. Più che uno scrittore (e uno scrittore che negli anni Ottanta del XX secolo non era ancora nato, dal quale ci si aspetterebbe un punto di vista incontaminato e curioso) Fontana sembra invece un proto. Sapete il proto? Nelle tipografie tradizionali il proto era quello che componeva la pagina, prendendo le lettere di piombo ciascuna dal suo cassettino e le disponeva nella matrice per formare il testo che sarebbe poi stato stampato. Quello del proto non era un mestiere creativo. Il proto si limitava a comporre, a usare le lettere.

Le storie di Fontana sembrano essere reperite nelle cassettine della memoria collettiva e ricomposte in una trama nemmeno troppo interessante. Come lettere perfettamente compiute nella loro funzione standard le idee di Fontana non si discostano di niente da una matrice consolidata e registrata. Un marchio di fabbrica che non sorprende più. Il magistrato diviso fra l’applicazione del diritto e la tensione verso la Giustizia; il terrorista che parla come un ciclinprop di rivendicazione dell’ennesimo omicidio. Cosa aggiunge questo libro a quello che già sapevamo? Per di più il tutto scritto come fosse una miniserie (italiana) di RaiUno; la lingua piatta e fin troppo lineare; i dialoghi specialmente: i personaggi parlano come un libro stampato (cosa che in effetti è), per formule e retoriche falsamente mimetiche. Come alla televisione (“Certo. Io negli ultimi anni ho rinviato a giudizio alcune persone dell’Autonomia milanese, poi risultate del tutto innocenti…” Ma chi parla così?)

Un po’ meglio la parte ambientata negli anni della guerra. Il racconto epico si giova della semplicità stilistica, emergendo nella sua vividezza. Ma applicato agli anni del terrorismo il tono semplicistico (non semplice) irrita e si trascina senza emozionare mai. Mai.

Un ottimo prodotto medio? Un buon prodotto medio? Un prodotto da Premio Campiello?

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