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Martin Eden, di Jack London

Jack London, Martin Eden, 1909

[le letture del martedì di RdB]

JLondonMartin Eden è il sottoproletario che incontra la borghesia e decide di raggiungere il riconoscimento sociale e l’amore di una donna attraverso l’educazione e il lavoro letterario. Scoprirà che tutto è vano.
Il libro è l’autobiografia romanzata dell’autore, con l’anticipazione della depressione che lo porterà alla fine.
Di origini umili, London fece tutti i lavori del mondo, vagabondò per gli Stati Uniti – si vedano i racconti di “La strada” – povero e sfruttato. Iniziò poi a scrivere, conseguendo la fama.
Martin Eden narra la vicenda del grande amore per Ruth Morse; degli sforzi del vagabondo per avvicinarsi allo status dell’innamorata; dell’amore che Ruth ricambia; della famiglia che naturalmente osteggia la storia (signora mia, ma lui viene da un altro mondo); del lavoro senza riposo che Martin sopporta per mantenersi; delle sue opere rifiutate da tutte le riviste e tutti gli editori; fino al ribaltamento finale, che porta Martin Eden al trionfo (anche Jack London diventò milionario con i diritti d’autore delle sue opere).

Due mondi si incontrano: il sottoproletario e la borghesia. Un’unione – con il superamento delle differenze – sembra possibile ma tutto finirà in tragedia. È un tema ricorrente. Pasolini lo declinerà in termini di omologazione culturale e fine di un idillio. Walter Siti in termini di trionfo di una borghesia criminale. London in termini di vittoria di una borghesia convenzionale, dominata da interessi da bottega e da una piccineria conformista.
London-Martin Eden spera che una vita e una società migliori siano possibili. Kafka, Thomas Mann, Canetti, Proust – e tanti altri in forme diverse – distruggeranno la borghesia. Invece, all’inizio del romanzo la borghesia è per Martin la classe da raggiungere, la classe cui elevarsi. Il fallimento di Martin è l’archetipo degli eroi sconfitti che arriveranno con Steinbeck, con Hemingway e tanti altri scrittori americani (come ha sottolineato Francesca Pivano). E’ l’eroe senza macchia e senza paura, che sfida il mondo, che vince ma che si rende conto della vanità, dell’inutilità, della convenzione del suo trionfo. E’ l’impossibilità di essere normali, il rifiuto della tranquilla vita borghese. E’ il rifiuto della lezione che il professore Antonini fa a Holden Caulfield.
Il romanzo racconta del nascere del movimento socialista in America, ma Martin Eden è più vicino a Spencer, all’idea di un’evoluzione naturale dove vince il più forte, un’ideologia ispirata al superuomo nietzschiano (inconsapevolmente, dato che London è stato un fervente socialista).
La prosa di London è, come sempre, veloce, piena di scarti, di episodi e sorprese che si susseguono, con un’assoluta lucidità (nulla a che vedere con le ambiguità del quasi coevo Conrad). Le pagine migliori sono nella descrizione del popolo e delle situazioni che London aveva incontrato e vissuto: le botte con Faccia di Cacio; il lavoro disumano nella lavanderia con l’amico Joe; gli incontri con la popolana Lizzie Connolly; il soffermarsi sulle stamberghe nelle quali vivono le famiglie povere americane all’inizio del Novecento. Forse è questa efficacia stilistica che ha sempre fatto presentare London come uno scrittore per ragazzi.
Comunque la pensiate – e noi pensiamo che London sia un grande scrittore e non solo un autore per ragazzi – sempre viva Lizzie Connolly, sempre abbasso Ruth Morse!

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