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Balzac, il Campione del Romanzo

[Honoré de Balzac è uno degli autori più presenti nella galleria di recensioni del martedì del nostro impagabile RdB. In questo pezzo cerco di capire il perché]

 

Non è un caso se François Truffaut ne I quattrocento colpi, dovendo trovare un autore da un’opera del quale far copiare Antoine Doinel il temadoinel_Balzac per la scuola, faccia cadere la scelta su Honoré de Balzac (l’opera è La ricerca dell’assoluto).  Balzac è l’eroe del piccolo Antoine. Il suo ritratto viene appeso al muro della sua cameretta. Perché proprio Balzac? Balzac è il cantore dell’epopea borghese francese, e parigina in particolare, della prima metà dell’ottocento. L’analista oggettivo, spietato e ironico di cortigiane, nobili e arrampicatori sociali, piccolo borghesi, giornalisti e scrittori, ritrattista fedele e rigoroso, critico al limite della perfidia. La sua penna d’oca è intinta nel fiele, per farne scaturire un mondo vivido e marcio, corrotto e dolente, dove la bellezza fa fatica a districarsi dal fango dei peggiori istinti (ma finisce con il prevalere: nelle sua arte). Il perfetto alter ego di Doinel, costretto nella prigione familiare di un padre imbelle e una matrigna dai sentimenti falsi e troppo severa. Soprattutto perfetto correlativo letterario del giovane Truffaut, le cui difficili origini, come quelle di Doinel, cercavano un riscatto nella cura del bello radicato, o nascosto, nel baratro della dissoluzione della Parigi degli anni venti del XIX secolo.

Ma cosa fa di Balzac un autore così vicino a noi lettori del XXI secolo? Come può uno scrittore morto nel 1850 darci ancora delle risposte?

Io credo che leggendo ad esempio il trittico che compone Illusioni perdute, o i quattro romanzi riuniti in Splendore e miserie delle cortigiane la risposta sia, oltre che nella qualità artistica delle opere, anche nel mondo che Balzac ritrae con tanta obiettività. E’ come se ci fosse un elastico che connette saldamente la Parigi dell’Ottocento ai giorni nostri; un elastico più allentato se ci focalizziamo sui dettagli, sorprendentemente teso se osserviamo il quadro generale.

La società francese della Restaurazione, specie se messa a confronto con la povera Italia del tempo, mostra un grado di evoluzione sociale che ci permette di definirla tranquillamente come una società “moderna”. E quali sono queste caratteristiche? L’elevato grado di corruzione, la predominanza delle transazioni commerciali, il valore smisurato del denaro, la dissolutezza dei costumi, la durezza della vita delle classi subalterne, la crescita esponenziale di alcune categorie sociali come i giornalisti, i banchieri, i commercianti, gli uomini politici (un campionario di cialtroneria indicibile: “Il Signor du Chatelet possedeva tutte le incapacità richieste dal suo posto” (Illusioni perdute) ma più che altro il valore derivato di costoro (la reputazione in termini di potere gestito e utilizzato come arma di ricatto e piccolo o grande sopruso). Il tutto affiancato dalla licenziosità dei costumi, le macchinazioni di corte, il savoir vivre impomatato e spendaccione di giocatori, salottieri e dame tristemente maritate e quindi dalle passioni irrisolte…

Il confronto accennato con l’Italia (o con quel che allora era), utile per capire, in negativo, quanto l’Italia di allora ci sia misteriosamente lontana (al di là dell’epica patriottica che purtroppo ha sempre minor presa su noi contemporanei, anche quando sviluppò, eccezionalmente, un livello di crescita sociale e politico – ahimè non economico – degno dei “cugini”, come nel caso della Repubblica Romana del 1849) lascia in imbarazzo. Le grandi opere di Balzac, ad esempio, sono coeve dei Promessi sposi, che è l’unico grande romanzo che in qualche modo può mettersi su un piatto della bilancia per confrontarsi con quanto veniva prodotto dalla nascente industria culturale al di là delle Alpi. I poeti nostrani (dai più grandi in giù) sono la raffinata e puerile espressione di un mondo chiuso, inesistente dal punto di vista culturale, senza un’industria spalle, per lo più contadino, pre-moderno.

I promessi sposi deliberatamente vogliono riecheggiare quel Walter Scott che nelle Illusioni perdute viene già additato come vecchiume sorpassato. Il Grande Romanzo di Manzoni è più paragonabile all’Arciere di Carlo X (il modesto romanzo con cui cerca la gloria il protagonista della saga balzacchiana, Lucien Chardon de Rubempré) che non ai romanzi di Stendhal, Balzac o Victor Hugo, non a caso fra i massimi scrittori di romanzi di ogni epoca.

Curioso, no? La modernità della Parigi di Primo Ottocento non si declina secondo parametri di eccellenza nel campo della speculazione filosofica, o nel raggiungimento degli ideali egualitari della Rivoluzione, o nel progresso nei campi del sapere o della tecnologia; le due anime parigine (la deliziosa, languida fatuità che depriva qualsiasi accadimento del suo intrinseco valore drammatico – “In società, nessuno s’interessa a una sventura né a una sofferenza: tutto si risolve in parole“, o anche: “In Francia tutto si fa ridendo, anche i delitti“(Splendore e miseria delle cortigiane) –  e il gusto per il raggiro, per lo scambio frenetico e al limite e ben oltre la legalità delle cambiali, l’anima depravata di una borghesia cresciuta troppo in fretta) se rapportate ad esempio alla Germania che in quegli anni produceva Goethe, Beethoven e Schumann (a Parigi c’era Chopin…) mette in luce tutta la peculiare via francese alla modernità, che però risulta stranamente così vicina ai nostri giorni.

Eppure l’esito di quella società macilenta, ruffiana, dedita al gioco, alla prostituzione come istituto imprescindibile, alle passioni invereconde o precocemente decadenti ha come esito Honoré de Balzac. C’è un nesso fra le due cose? Evidentemente, positivisticamente sì.
La sofferenza della civiltà matura, sebbene connotata secondo elementi fortemente “negativi”, ricuce il suo senso profondo con la coscienza e l’arte attraverso i suoi più attenti, spietati osservatori e critici che non possono prescinderne. Il romanzo, in particolare è e resta la forma letteraria della borghesia evoluta, con i suoi limiti e le sue aberrazioni. La forma letteraria più consona a raccontare il mondo com’è e allo stesso tempo costruire una rete di protezione fatta di sogni e fantasie consolatorie, che lo trasfigurano e riscattano con la forza dell’immaginazione la ferocia dell’analisi sociologica.

C’è infine un altro aspetto in Balzac che lo rende così straordinariamente vicino a noi, e questo è intrinseco alla sua concezione della letteratura: la serialità. Leggere la sua opera, deliberatamente intesa dal suo autore come un tutt’uno (La Comedie humaine) è, con il gusto di oggi, come intraprendere il lungo viaggio di una bellissima, lunghissima serie televisiva.
I personaggi escono e rientrano di continuo nelle storie, ne seguiamo le evoluzioni nel corso degli anni della loro formazione, ci affezioniamo, piangiamo la loro scomparsa, esattamente come si segue, oggi, la vicenda di Downton Abbey, di Mad Men (forse, quest’ultima, la serie che più gli si avvicina), o perfino della violenta e dolente Breaking bad. Tutte opere della cultura popolare contemporanea debitrici, in modo anche piuttosto evidente, dell’arte di Balzac (e dei suoi colleghi),  tanto che non avrebbe senso pensare di farne una riduzione televisiva,  come si diceva una volta: se si volesse farlo la sua destinazione d’uso di elezione sarebbe un’opera lunghissima, altrettanto monumentale e fedele: proprio quello che il pubblico ama vedere oggi.
Un modo di procedere, quello della serialità, che definisce la letteratura come un universo parallelo conchiuso, perfettamente sovrapponibile alla realtà. Balzac, forse più degli altri grandissimi scrittori francesi dell’Ottocento, è veramente il Campione del Romanzo. Colui che ha voluto regalare ai suoi lettori non solo delle storie, ma un mondo: “A Parigi, quando incontrate un tipo, non è più un uomo, è uno spettacolo! non e più un momento della vita, ma un’esistenza, parecchie esistenze!” (Splendore e miseria delle cortigiane)

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  1. RdB
    23 settembre 2014 alle 21:11

    Grazie Ezio per il bel pezzo. Con la “Commedia umana” Balzac sfida Dante. L’obiettivo è descrivere tutta la società, tutto il mondo, con un’enfasi particolare su Parigi e sui meccanismi economici: il debito, la cambiale, la speculazione, gli affari di ogni tipo. Certo, rispetto a Dante in Balzac c’è molto Inferno, poco Purgatorio e pochissimo Paradiso. Tantissimi personaggi cattivi e pochi buoni.
    Concordo sul confronto imbarazzante tra I Promessi sposi e i lavori coevi di Balzac. Alcuni cari amici letterati insistono sul fatto che Manzoni abbia inventato una lingua, che dopo di lui l’italiano è diventato un’altra cosa, che così è iniziata una tradizione lombarda, etc. etc., ma non ci hanno mai convinto. Per fare un solo esempio, il confronto tra Vautrin e Lucien, da un lato, e Renzo e Lucia, dall’altro, equivale a paragonare una tigre con un gatto.
    Concordo pure sulla serialità dei personaggi. Lucien, Vautrin, il banchiere Nucingen tornano di romanzo in romanzo, che se Balzac non si stancasse mai di approfondirne i caratteri. E’ come un’infinita serie televisiva.
    La frase “Il Signor du Chatelet possedeva tutte le incapacità richieste dal suo posto” è stata ripresa da Maupassant in un’analoga frase del Bel Amì, quando si dice che nella Parigi di allora era più facile diventare ministro che contabile! (perché il secondo mestiere avrebbe richiesto delle competenze, al contrario della prima occupazione, raggiungibile attraverso l’imbroglio). Il cinismo di Maupassant – e di Flaubert – viene dritto dritto da Balzac.

  2. 28 settembre 2014 alle 10:10

    Molto bello quanto ha scritto Ezio. Letterariamente, direi, ma soprattutto per le suggestioni e i paralleli. Innanzitutto il parallelo con “I 400 colpi”, che doveva rivelare lo spessore artistico e culturale di un grandissimo regista. Mai pensato al legame Balzac-Truffaut: quel fotogramma del piccolo Doinel mi era del tutto sfuggito, e trovo assai pertinente la spiegazione basata su un’analogia tra ambienti sociali in cui predominano il sopruso, la perfidia, la violenza generalizzata. Ambienti rispetto a cui la fuga rimane l’unica reazione per un individuo moralmente decente.
    Ma è la domanda (e la risposta) sull’attualità di Balzac che istituisce un parallelo che ho trovato molto interessante e, al contempo, inquietante.
    Interessante perché ci fa capire la grandezza del progetto di delineare contorni e dettagli della Commedia umana, un progetto che aveva colto nel segno: se il suo intento era riportare nella sua cruda nudità il comportamento degli esseri umani in generale, indipendentemente cioè dalla loro appartenenza geografica o storica, son proprio le meschinità di quella natura che immancabilmente continuiamo a esperire di epoca in epoca a evidenziare l’attualità di Balzac. E, d’altra parte, il puro rendersi conto che le cose stanno così, che la natura umana è sottile egoismo e sopruso più o meno ipocrita, a dispetto di tutti i nostri tentativi e speranze in senso contrario, produce un brivido che non solo inquieta. Agghiaccia.

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