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Papà Goriot, di Honoré de Balzac

Balzac, Papà Goriot, 1835

[le letture del martedì di RdB]
balzacPapà Goriot è ricordato per il ritratto di un padre che ha sacrificato tutto per le figlie, Anastasia e Delphine. Dotate di ricche doti, sposano due farabutti. Goriot continuerà a svenarsi per entrambe. Morirà solo, come un cane, senza che le figlie vadano al suo capezzale, seppur chiamate da Eugene Rastignac, compagno di albergo di Goriot e amante di una delle due.
Il riferimento canonico è al re Lear. In molte pagine Balzac raggiunge la potenza di Shakespeare. La fine di Goriot, il suo delirio, la speranza che le figlie arrivino al suo letto di morte, la delusione progressiva, la consapevolezza del fallimento, l’odio finale sono ai vertici dell’arte balzachiana, così come la descrizione delle feste e delle facezie in cui Anastasia e Delphine sono impegnate mentre il padre crepa.

Cambiamo registro. Thomas Piketty è un economista francese autore del bestseller “Capital in the 21st Century”. Nella primavera del 2014 il saggio è stato per settimane al primo posto negli Usa nella classifica delle vendite su Amazon. Il libro è dedicato all’analisi secolare dei livelli e delle diseguaglianze della ricchezza delle famiglie. Non è questa la sede giusta per recensire il libro. Il punto importante è che Piketty ha sottolineato un aspetto trascurato di papà Goriot. È l’idea che lavorare non serva a nulla: nella vita l’agiatezza deve essere raggiunta puntando a una ricca eredità. Vediamo come questo messaggio si diffonde nel romanzo.

Eugene de Rastignac è il giovane di provincia arrivato a Parigi per studiare legge. Nella pensione di Madame Vauquer – lurida, sozza, e descritta in pagine tra le più belle del romanzo – si incontrano non solo papà Goriot e Eugene ma anche Vautrin. Chi conosce Balzac sa chi è Vautrin. Nell’economia del romanzo – e secondo Piketty – è centrale la visione del mondo che Vautrin propone a Eugene: nella vita non vale la pena studiare e lavorare. La concorrenza, già nella Parigi dell’Ottocento, è micidiale e costringerà anche un bravo avvocato a una vita grama. La scelta più saggia per un uomo è sposare una ricca ereditiera e godersene la dote.

Vautrin propone a Eugene di sposare la bella Victorine, derubata dai suoi soldi dal fratello. Quando Eugene fa notare che Victorine è povera, Vautrin gli propone un patto: ucciderà il fratello e Victorine diventerà unica erede. Così Eugene sposerà Victorine. Un tipico assassinio per commissione, dove il killer incassa una ricompensa e il mandante guadagna una eredità.
Non sveliamo al lettore la fine della storia. Balzac riassume nel pensiero di Vautrin la sua visione della società francese del tempo: “Non ci sono principi, ma solo avvenimenti; non ci sono leggi, ma solo circostanze” … “Il segreto delle grandi fortune senza causa apparente è un delitto dimenticato, perché è stato eseguito secondo le regole”.
La morale di Balzac è la stessa presentata in “Illusioni perdute” (soprattutto nella seconda parte del romanzo) e in “Miserie e splendori delle cortigiane”. La realtà è dei più forti, dei più furbi. L’arbitrio e il cinismo sono le molle che spingono gli uomini. Qualunque mezzo è lecito per avere successo.
Eugene resiste ma, in un momento di sconforto, il mondo gli appare come un “oceano di fango”, dove si commettono “solo delitti meschini”, e arriva a dire “Vautrin è più grande”. Se tutti commettono crimini, allora meglio commetterne di più grandi. E, dopo la fine di Goriot, Eugene si ributta nella mischia di Parigi, urlando alla città “A noi due adesso”.
Oggi avverto dolori di pancia quando sento frasi del tipo “non c’è più morale”; “l’avidità domina il modo”; “la crisi è dipesa da troppo egoismo”, “viviamo tempi bui”. Suvvia, andate a leggere Papà Goriot! (altro che Valérie Trierweiler, come dicono i librai francesi).

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