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Canale Mussolini, di Antonio Pennacchi

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010

[con quella di oggi ritornano anche le “letture dal coiffeur”, di MaxUtri]

“Quali libri ha letto quest’estate?”, mi chiede immancabilmente la Lina non appena il lenzuolone rosso si adagia lieve a ricoprire con ampie onde il mio busto lasciando in vista solo testa e un pezzettino di collo. “Mah, libri… in realtà non sono un lettore così forte”, mi schermisco. “Ne ho letto uno solo, però assai bello. Bello e importante: 460 pagine di quelle che lasciano il segno”. Al che la curiosità della Lina sale a mille. “Perché è bello? E perché importante? Certo non perché ha vinto lo Strega nel 2010…”.

L’aggettivo “bello”, vogliono gli studiosi, qualifica per antonomasia un’opera d’arte. Tuttavia, non è per niente facile capire in cosa risieda la bellezza di un’opera, men che meno capire se i giudizi estetici che su quest’aggettivo si basano abbiano validità oggettiva oppure siano solo espressione delle emozioni e dei sentimenti personali di chi emette quei giudizi. Personalmente propendo per la possibilità che un giudizio del genere sia davvero oggettivo, e dunque per la possibilità che un romanzo non sia bello solo per me e qualcun altro, ma lo sia intrinsecamente. E Canale Mussolini ne è un esempio.

È bello perché arriva direttamente al cuore, con una prosa semplice, colloquiale, articolata, densa di innumerevoli racconti e aneddoti che come rivoli si staccano dalla storia principale imbastendo una complessa rete tematica che l’autore riesce sapientemente a governare evitando facili strappi o smagliature. È bello perché i dialoghi tra i personaggi sono spesso inframezzati da espressioni del dialetto veneto-pontino, un misto linguistico ormai scomparso e rimasto solo nella memoria dei vecchi. È bello perché mescolando realtà e fantasia rivela un pezzo della recente storia nazionale che ai più, me compreso, è nota solo a grandi linee. È bello perché, nonostante l’impianto realistico derivante dalla vicenda storica raccontata, a tratti la fantasia si libera arrivando a toccare un registro che sa di favola – o, come si direbbe di un classico romanzo sudamericano, che sa di realismo magico.

Tuttavia, è la vicenda storica che ha il netto sopravvento, e proprio questa rende il romanzo una lettura “importante”. Il canale Mussolini (oggi delle Acque alte) è come veniva chiamato il canale che, tra Latina e Cisterna di Latina, fu costruito durante il fascismo per bonificare le terre paludose dell’agro pontino. Si sa che allo scopo di rendere presto produttiva questa zona il governo fascista fece affluire famiglie contadine dal nord e dal centro Italia, ma come questo avvenne, in virtù di quali tragiche circostanze e a costo di quali incredibili peripezie, beh, questo è noto perlopiù solo ai discendenti di quelle famiglie grazie ai racconti tramandati di padre in figlio. È importante allora che si sappia come parte di quel che la nazione intera sarebbe diventata si deve al sacrificio di persone coraggiose e dedite all’usurante lavoro dei campi.

Importante soprattutto rendersi conto di come certe distinzioni tra destra e sinistra politica siano molto meno nette di quanto una viscerale e apparentemente connaturata vocazione italica alla dicotomia tra guelfi e ghibellini non abbia finito per imporre. L’insegnamento che possiamo ricavare dalla vicenda della famiglia Peruzzi (che il romanzo segue dagli inizi del Novecento sino al secondo dopoguerra, famiglia densissima di fratelli figli e nipoti, prima socialista, poi fascista, poi ancora aperta al “nuovo” portato dai soldati americani) è che nella vita quel che importa è, appunto, vivere, se non sopravvivere, un’impresa che non si può affrontare se non dotati di valori saldi. Quei valori che la storia italiana a venire avrebbe visto imprevedibilmente sbiadire.

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Categorie:letture, MaxUtri
  1. Isabella
    2 gennaio 2015 alle 18:13

    Aggiungerei che Pennacchi ci ricorda da dove veniamo, ci ricorda la forte solidità della famiglia e l’orrore di tutte le guerre….

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