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Una vita violenta, di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, 1959

[ritornano da questa settimana le letture del martedì di RdB]

Pier-Paolo-Pasolini-CalcioAll’inizio “Una vita violenta” sembra replicare i toni e i modi di “Ragazzi di vita”, uscito quattro anni prima. Ragazzi che giocano, si divertono, scherzano, tra le borgate e il centro di Roma. Il protagonista è Tommaso, sottoproletario che vive con la famiglia nelle baracche di Pietralata sull’Aniene (in “Le belle bandiere” Pasolini ci dice che ci parlò una sola volta, dalle parti di Ponte Mammolo).

Andando avanti nella lettura il romanzo cambia. Appare un senso di tragedia. Quindi non solo il gioco, il calcio nei campi polverosi, il biliardino, il ballo (pure nelle sezioni del partito comunista), ma anche la malattia di Tommaso. Con tono quasi sociologico Pasolini indulge nella descrizione delle baracche, del sudiciume delle periferie, della morte di bambini, della toponomastica, dell’INA case (dove la famiglia di Tommaso approda). Naturalmente ci sono la violenza e il sesso: i furti di pollame e delle valigie di turisti, le botte e gli scherzi alle prostitute, le crudeltà verso un povero vecchio, il rimorchio a pagamento degli omosessuali. Nell’avvertenza finale Pasolini, pur nel consueto richiamo al frutto d’invenzione dell’opera letteraria, ribadisce che quanto il lettore “ha letto nel romanzo è, nella sostanza, accaduto realmente e continua realmente a accadere”. E i riferimenti alla realtà – quasi cronachistici – esplodono nella descrizione della rivolta dei tisici al Forlanini (una vicenda del 1954) e nell’alluvione a Pietralata (quante ce ne saranno state in quegli anni?).

La riproduzione lunga e dettagliata dei dialoghi tra i ragazzi ricorda la scelta di Verga di far parlare i suoi eroi nei “Malavoglia”. “Una vita violenta” è un romanzo classico; gli è estraneo ogni sperimentalismo. Gadda ammirò la ricostruzione del romanesco (il Pasticciaccio era stato pubblicato nel 1957). L’intento realista e pedagogico di Pasolini è esplicito in un glossarietto finale con la traduzione di centinaia di parole del gergo romanesco, quasi un’operazione filologica. Qui il nome tutelare era Contini, che aveva già apprezzato le poesie friulane.

Le parti  “sociologiche” sono un po’ ripetitive. Meglio, come sempre, le descrizioni dei ragazzi:

Coi grugni sporchi sotto i ciuffi, si tenevano abbracciati, parlando tutti smaniosi, senza guardare in faccia nessuno. Alcuni parlavano, altri tacevano ridendo. E quelle faccette, sopra i collettini zozzi a colori, alla malandrina, erano l’immagine stessa della felicità: non guardavano niente, e andavano dritti verso dove dovevano andare, come un branco di caprette, furbi e senza pensieri” “Aaah” sospirò Tommaso, “so’ stato ricco, e non l’ho saputo”. 

(Ma Gadda avrebbe corretto in “e nun c’è l’ho saputo).

E poi ci sono i cieli di Roma. Arrischiamo un giudizio. Pochi scrittori hanno saputo descrivere la mutevolezza, la meraviglia del cielo di Roma come Pasolini (sullo stesso piano si pone una delle inquadrature finali di “La grande bellezza” di Sorrentino; e poi basta guardare verso l’alto, ogni sera, quando dalla passeggiata archeologica si cammina verso il Circo Massimo). Il cielo – con le nuvole e l’aria – di Roma erano già nelle Ceneri di Gramsci (“Non è di maggio questa impura aria…”) e in Ragazzi di vita. Tornano qui, spesso come contrappunto di scene violente (come la chiusura di Moby Dick).

Le nuvole che s’erano compresse e rannicchiate in fondo al cielo avevano ricominciato a gonfiarsi: bianche come la panna, erano scivolate lassù, in alto, s’erano riammassate, distaccate, riammassate ancora, leggere che sembravano spose in abito da nozze, o scure e scorticate come mucchi d’immondezza scossi dalla giannetta. Avevano finito per riotturare tutto il cielo, una sopra, una sotto, una piccoletta, una grossa, una grigia, una scura , una bianca, e tutte impiastricciate, zozze, ghiacce”.

Alla fine della lettura resta un po’ di malinconia per una Roma che non c’è più (se n’è parlato tanto, con diversi punti di vista; ci torna su impeccabilmente Arbasino nel recente ricordo di Pasolini in “Ritratti italiani”). Tommaso, Lello, il Zucabbo, Carletto, Irene, Tito e Toto restano nel  cuore.

Meglio finire con un gioco, citando alcune parole nel romanzo non riportate nel glossario finale: tinticarello, chiappo, ganassa, ciriolare, ricoje, locco. Saranno banali per noi romani, ma forse non per altri italiani.

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