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Casa d’altri, di Silvio D’Arzo

Silvio D’Arzo, Casa d’altri, 1952

[le letture del martedì di RdB]

Un prete va a esercitare in un paese dell’Appennino dove non accade mai nulla, piove sempre e fa freddo. Incontra una vecchia sola, Zelinda, che fatica e soffre, e ci ricorda la Félicité del primo dei Tre racconti di Flaubert.

La vecchia fa di tutto per non incontrarlo, mentre il prete è curioso di venirne in contatto. Improvvisamente la vecchia gli chiede se può derogare a un comandamento della chiesa cattolica. Agghiacciante nella sua rivelazione finale, un esempio di scrittura lirica, difficile da avvicinare a qualche modello. Un accostamento, forse improponibile, è coi tempi e lo stile di Mettner nel Quinto angolo. O, forse, con alcune cose di Federigo Tozzi, per il comune pessimismo appenninico.

Un piccolo capolavoro, poco italiano, in particolare per il rapporto con la religione.

[Su questo blog si è parlato di un altro bel libro di Silvio D’Arzo, All’insegna del Buon Corsiero. Precisamente qui]

Buone vacanze!

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