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Betty, di Roberto Cotroneo

Roberto Cotroneo, Betty, 2013

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

Questa volta tra una sforbiciata e l’altra Lina – parrucchiera di fiducia per capelli e altro, ma questo l’ho già detto – non solo mi mette in mano una copia dell’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo, ma ne organizza addirittura una discussione nel suo coiffeur. Alla presenza dell’autore. E questo stuzzica non poco la mia curiosità: la lettura, iniziata con addosso il lenzuolone rosso, termina infatti a casa nell’arco di poche ore.

Risultato?

Cotroneo è uno scrittore di vaglia, sa cosa dire e come dirlo. Ha una non comune capacità di evocare metafore e analogie per descrivere una situazione, un tratto di paesaggio, uno stato d’animo, e ne fa largo uso. Fin troppo, verrebbe da dire, ma il punto è che lo sa fare. Soprattutto, fa quello che i bravi scrittori fanno: parlano di noi. E parlando di noi Cotroneo si concentra su quell’elemento che più di altri fa di noi ciò che siamo, il dolore, declinandolo nella varietà delle sue manifestazioni. In questo romanzo il dolore è quello spesso e irredimibile di un’esistenza arrivata a pochi mesi dal termine, l’esistenza di una persona d’eccezione: Georges Simenon.

Si può capire perché Simenon attragga uno scrittore. Prolifico al massimo grado, ha pubblicato centinaia di libri, di generi diversi, riuscendo a produrre fino a ottanta pagine al giorno. Un omaggio all’arte dello scrivere che ha pochi precedenti. Ma per Cotroneo Simenon sembrerebbe importante soprattutto per un altro motivo: per modulare quel rapporto tra letteratura e realtà su cui – coincidenza – mi sono soffermato il mese scorso parlando di Pirandello e del formidabile Fu Mattia Pascal. È questo motivo meta-letterario che dà la cifra del romanzo di Cotroneo, di là dalla pur ottima idea alla base di una trama egregiamente articolata.

Intrecciando il Simenon reale e quello fittizio, il romanzo si apre con lo scrittore vecchio e malato che ritorna in un’isoletta della Costa Azzurra, meta di passati lunghi periodi di vacanza. Costretto in poltrona per buona parte della giornata, egli commissiona fotografie che gli “raccontino” cose e persone dell’isola. È l’istantanea, non la parola, che più di altro può svelarci la realtà in modo genuino. La parola espone al rischio di “scambiare la vita con la letteratura” (133), e con questo lo scrittore belga sembrerebbe intendere che il rischio è di imporre in modo talmente marcato il proprio Io al mondo da arrivare a “costruire” la realtà – specie se l’Io appartiene a una natura forte e granitica come la sua, potremmo aggiungere. Ma, “scrivere non è vivere” (73), e tenendo fede a una decisione presa anni addietro, quella di chiudere con la scrittura, Simenon, ansioso e curioso del mondo, ordina fotografie. Tante.

Tuttavia, gli accadimenti di questo suo ultimo tratto di vita – frutto della fantasia di Cotroneo – rivelano a Simenon che il rapporto tra arte e realtà è molto più sottile di quanto non avesse immaginato. In maniera del tutto imprevedibile quegli accadimenti spingono infatti a sovrapporre vita e letteratura, a confonderle in un mix insostenibile, e a mettere sale su vecchie ferite. Non solo una donna misteriosa e misteriosamente trovata morta ha lo stesso nome e apparentemente la stessa vicenda della protagonista eponima di un suo romanzo, Betty, ma le persone coinvolte vogliono che lui sia Maigret e dipani una matassa sempre più aggrovigliata.

Ci riuscirà?

Quasi. Ma non è l’eventuale successo poliziesco che conta per il lettore. Molto di più conta l’appurare che la bellezza della letteratura è connessa al suo intreccio con la realtà, che le dà linfa e sangue, luci e ombre. Forse più ombre, visto che in fin dei conti è con le zone oscure e solitarie delle nostre esistenze che ha a che fare il dolore, proprio come aveva intuito Joseph Conrad, uno che di ombre se ne intendeva: “Si vive come si sogna: perfettamente soli”.

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